Capitale simbolico, movimenti sociali, ascesa e declino del salariato. Un volume collettivo su Bourdieu et le travail, a cura di Maxime Quijoux.
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Campo
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Sebbene negli ultimi anni l’interesse verso Bourdieu sia cresciuto e si sia arricchito, la ricezione italiana di questo straordinario intellettuale è ancora segnata da molte lacune. Aspetti importanti dell’opera bourdieusiana sono rimasti pressoché inesplorati, quasi non fossero parte integrante di quello stesso corpus che per altri versi viene indagato e usato. Un esempio: il modo in cui (non) è stato recepito il contributo di Bourdieu alla comprensione – e allo smascheramento – delle forme di dominio simbolico che si annidano nelle istituzioni della politica e dello Stato. Ne è testimonianza la scarsa presenza di studi sul campo della politica e dello Stato che discutano il modello teorico bourdieusiano, ne usino l’apparato concettuale e adottino il suo sguardo dissacrante.
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La nozione di “intermediario culturale” è stata introdotta da Pierre Bourdieu nella Distinzione. Studiando la società francese degli anni sessanta, egli aveva individuato un campo professionale in ascesa il cui compito consisteva nella divulgazione della cultura legittima. Una missione disperata, mancando ai suoi componenti l’«autorità statutaria» per portarla a compimento (Bourdieu 1979b, 333). Questi volenterosi erano, fondamentalmente, i critici e i giornalisti attivi nei mezzi di comunicazione di massa: stampa, radio e televisione. Bourdieu li definiva “nuovi” intermediari culturali per distinguerli dai tradizionali specialisti che svolgevano questo ruolo nelle sedi legittime (scuola e università), e li collegava alla piccola borghesia, reverente verso la cultura legittima ma incapace di padroneggiarla con la disinvoltura propria delle classi sociali dotate dell’habitus adeguato.
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Rispetto agli altri due concetti-chiave della sua sociologia (habitus e capitale), il campo, l’ultimo arrivato, è senz’altro quello che riproduce meglio il significato della massima di Pierre Bourdieu: «il reale è relazionale». La comparsa del concetto di campo nell’elaborazione teorica bourdieusiana data al 1971, anno di pubblicazione di due saggi sulla genesi e la strutturazione dei sistemi di credenza a partire dalla teoria della religione di Max Weber (ora tradotti in Pierre Bourdieu, Il campo religioso. Con due esercizi, a cura di R. Alciati, E.R. Urciuoli, Torino, aAccademia University Press, 2012). A quarant’anni da quell’esordio, grazie al sostegno di due recenti progetti di ricerca finanziati dal MIUR, l’uno dedicato alla storia delle religioni nell’antichità mediterranea (Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico, I-VI secolo d.C.), l’altro alla ricezione della letteratura tedesca in Italia (Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza), studiosi delle più diverse discipline si sono dati appuntamento all’Università di Torino per discutere di “campi”, di genesi e di logiche, di relazioni e di effetti di “campo”, e riflettere sulla funzionalità analitica di questo specifico strumento concettuale.
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Con un titolo tratto dalla preghiera introduttiva di Se questo è un uomo appare in un’ottima traduzione lo studio appassionante che l’italianista inglese Robert S.C. Gordon ha dedicato alla memoria e alla rielaborazione dell’Olocausto nella cultura italiana. A partire dagli anni Ottanta, da quando, cioè, l’Olocausto o meglio, la Shoah secondo la dizione invalsa nel nostro Paese, ha assunto una posizione centrale nella sfera pubblica, la ricerca sulla deportazione ebraica si è intensificata e approfondita, articolandosi in studi dedicati ad aspetti specifici, a episodi singoli, oltre che alle risposte fornite in ambito artistico-letterario a quell’immane evento. Mancava, tuttavia, un’indagine globale che passasse in rassegna questi lavori e che, secondo le parole di Gordon, li inserisse „nel più vasto ambito di risposte che li ha generati e plasmati“. L’esplicito punto di riferimento metodologico è Pierre Bourdieu con la sua fortunata nozione di „campo culturale“.
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I campi artistici
18 novembre 2012 in Incontri [ pubblicato da ]Università degli Studi di Bergamo
Sala Riunioni - ex Casa dell’Arciprete
Via G. Donizetti, 3 - Bergamo -
Sono opere d’arte, i videogames? Oggi pochi risponderebbero di sì; i più troverebbero inopportuno perfino chiederselo, e nel migliore dei casi avanzerebbero riserve e distinguo. È probabile che un giorno leggeremo storie di questa ennesima arte nelle quali Pacman avrà il posto che nei volumi di Gian Piero Brunetta ha La sortie des ouvriers de l’usine Lumière, ma oggi il suo status è ancora incerto. Lo stesso accadeva al cinematografo all’inizio del XX secolo: a lungo, dopo il battesimo parigino del 1895, è considerato un mezzo di intrattenimento, volgare e asservito all’industria, e il suo posto è nelle fiere, accanto al benjaminiano Kaiserpanorama, al baraccone del tiro al bersaglio e al casotto dell’indovina. Perché il cinema venga “identificato” come arte saranno necessari – parallelamente alla febbrile attività interna al campo cinematografico in via di costituzione ad opera di registi, cineasti, produttori, riviste specializzate, associazioni di cinefili, festival e premi – almeno tre decenni di trasfusioni di capitale simbolico dall’esterno, da campi dotati di più consolidata autonomia e legittimità, come quello teatrale, musicale o delle arti figurative, nonché dallo Stato e dalle sue istituzioni.