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		<title>C'&#232; comparazione e comparazione</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Boschetti</dc:subject>
		<dc:subject>Anne-Rachel Hermetet</dc:subject>
		<dc:subject>Riviste</dc:subject>
		<dc:subject>La Nouvelle Revue fran&#231;aise</dc:subject>
		<dc:subject>La Ronda</dc:subject>
		<dc:subject>The Criterion</dc:subject>
		<dc:subject>Letteratura comparata</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Anne-Rachel Hermetet propone in questo libro (&lt;i&gt;Pour sortir du chaos. Trois revues europ&#233;ennes des ann&#233;s 20&lt;/i&gt;, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. &#171;Interf&#233;rences&#187;, 2009, 258 p.) l'analisi comparata di tre riviste europee attive nel periodo che segue la prima guerra mondiale: &lt;i&gt;La Nouvelle Revue fran&#231;aise&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt;. Ci&#242; che, secondo l'a., accomuna i principali redattori delle tre riviste e giustifica la comparazione, &#232; la loro percezione che la guerra non abbia voluto dire solo morte, distruzione, ridefinizione dei confini, sconvolgimenti politici, come quello innescato dalla rivoluzione russa, ma abbia anche messo in luce una crisi di civilt&#224;, una situazione di &#8220;caos&#8221;. [...] L'impresa tentata da Hermetet non era certo facile. Una maggiore vigilanza sulla costruzione del corpus, sugli strumenti concettuali e sul metodo le avrebbe permesso di andare al di l&#224; della descrizione sommaria e impressionistica, di situare queste esperienze, di darne un'idea pi&#249; adeguata e di avanzare ipotesi capaci di spiegare la variet&#224; degli orientamenti, la loro evoluzione, le esitazioni e le contraddizioni apparenti. Purtroppo il suo lavoro non dice nulla di nuovo sulle riviste prese in considerazione, sul loro ruolo nello spazio nazionale e sui rapporti tra loro. Al contrario ne d&#224; un'immagine molto schematica e parziale, rispetto a quella che emerge dalle numerose analisi in circolazione. E non si pu&#242; neppure considerare un contributo al dibattito in corso tra i comparatisti che hanno contribuito con le loro ricerche e con la loro riflessione a trasformare e ad arricchire le prospettive della storia letteraria.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Anne-Rachel Hermetet propone in questo libro (&lt;i&gt;Pour sortir du chaos. Trois revues europ&#233;ennes des ann&#233;s 20&lt;/i&gt;, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. &#171;Interf&#233;rences&#187;, 2009, 258 p.) l'analisi comparata di tre riviste europee attive nel periodo che segue la prima guerra mondiale: &lt;i&gt;La Nouvelle Revue fran&#231;aise&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt;. Ci&#242; che, secondo l'a., accomuna i principali redattori delle tre riviste e giustifica la comparazione, &#232; la loro percezione che la guerra non abbia voluto dire solo morte, distruzione, ridefinizione dei confini, sconvolgimenti politici, come quello innescato dalla rivoluzione russa, ma abbia anche messo in luce una crisi di civilt&#224;, una situazione di &#8220;caos&#8221;. Se per le avanguardie creazione e caos non sono antagonisti, per gli scrittori che animano queste riviste uno dei compiti della letteratura &#232; uscire dal caos, rifondare l'ordine culturale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La prima e la seconda parte del volume presentano la storia delle tre riviste, i collaboratori, gli orientamenti, l'atteggiamento rispetto a apporti stranieri, facendo emergere differenze notevoli: &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt;, nata prima della guerra e destinata a essere una delle riviste pi&#249; longeve della storia letteraria, ha gi&#224; una reputazione solida, anche all'estero, e in una certa misura &#232; sicuramente un riferimento per le altre due. &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; nasce nell'aprile 1919 e si interrompe nel novembre 1922, uscendo definitivamente di scena con un ultimo numero nel dicembre 1923. &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; nasce pi&#249; tardi, nell'ottobre 1922, e, a differenza delle altre due, &#232; sostanzialmente l'espressione di una sola persona, Eliot. Le tre riviste condividono il culto della forma, anche se &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; punta sul romanzo, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; sulla &#8220;prosa d'arte&#8221;, Eliot sulla poesia. Tutte, sul piano dei principi, rivendicano l'autonomia della cultura rispetto alla politica, ma le prime due sono di fatto coinvolte nella forte politicizzazione che caratterizza la cultura francese e italiana all'indomani della guerra, mentre Eliot, americano in un paese non direttamente implicato nel conflitto, come l'Inghilterra, pu&#242; pi&#249; facilmente mantenere le distanze nei confronti della politica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quanto ai riferimenti stranieri, &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; dedica loro poco spazio e prende in considerazione solo le culture europee con cui la Francia tradizionalmente si &#232; confrontata: traduce soprattutto testi inglesi e russi (il romanzo russo non ha smesso di interessare dopo essere stato lanciato a fine Ottocento) e nei commenti privilegia autori tedeschi, anche perch&#233; molti collaboratori hanno familiarit&#224; con la cultura tedesca. Se sente l'esigenza di contribuire alla ricostruzione di una civilt&#224; europea, tende a pensarla come un rapporto tra i rappresentanti delle &#233;lites intellettuali di ogni paese, sul modello delle &#8220;D&#233;cades de Pontigny&#8221;. &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; &#232; pi&#249; cosmopolita, come mostra la scelta di non riservare una sezione apposita ai testi stranieri ma di mescolarli con quelli inglesi. Inoltre la rubrica dedicata alle riviste recensisce molto spesso numeri di riviste straniere. Pi&#249; che all'idea di un'&#8220;Europa dello spirito&#8221;, i collaboratori della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt; sembrano, invece, interessati ai problemi che deve affrontare la cultura italiana per uscire dal provincialismo, affermarsi all'estero e dotarsi di una lingua letteraria adeguata. Tuttavia lo sforzo di sfuggire alla marginalit&#224; rende la rivista pi&#249; aperta al confronto con modelli stranieri di quanto non appaia &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; manifesta, in particolare, un interesse per la cultura francese che caratterizza tutta la tradizione letteraria italiana, e presta molta attenzione alla &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, pur con una forte ambivalenza, riconducibile, almeno in parte, all'umore antifrancese suscitato in Italia dal trattato di Versailles.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La terza e la quarta parte del volume sono rivolte a mostrare come la diversit&#224; delle tre riviste si manifesti sia nella maniera di intendere la tradizione sia nell'atteggiamento verso gli autori contemporanei. Il &#8220;classicismo&#8221; cui tutte si richiamano si traduce in genealogie diverse, nazionali per &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; e per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; (rispettivamente il XVII&#176; secolo francese e Leopardi), europee per Eliot: l'antichit&#224; greco-latina e Dante. La ricostruzione del rapporto delle riviste con il XIX&#176; secolo e con il presente si presentava certo molto pi&#249; difficile, data la grande variet&#224; dei riferimenti e degli orientamenti. Hermetet ha tentato di risolvere il problema adottando come indicatori le posizioni che le riviste assumono su alcuni temi e autori: il Romanticismo, Dosto&#239;evski, Bergson, Benda, Proust, il Futurismo e il Surrealismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si tratta in realt&#224; di una prospettiva nettamente sbilanciata, che accentua lo squilibrio implicito nella stessa costruzione dell'oggetto (mentre &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; &#232; presente in tutto il periodo esaminato, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; &#232; attiva solo nel primo triennio , e &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; nel secondo), focalizzando di fatto l'analisi in prevalenza sulla rivista francese. &#200; vero, come fa notare Hermetet, che la cultura francese era allora dominante. Ma il contesto intellettuale nazionale esercita un peso determinante sulla problematica affrontata dalle riviste. Le questioni percepite come importanti e urgenti in Francia sono nella maggior parte dei casi lontane dall'apparire tali in Italia o in Inghilterra. Per fare solo un esempio, se certamente gli intellettuali italiani non ignorano Bergson, il riferimento filosofico di gran lunga pi&#249; importante per loro, negli anni Venti, &#232; il pensiero di Croce, e non lo si pu&#242; quindi trascurare se si vogliono capire le posizioni della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;. Il Romanticismo &#232; per loro solo un fenomeno del passato, legato al Risorgimento, mentre in Francia appare un terreno di confronto ineludibile, a causa dell'enorme ascendente che l'Action fran&#231;aise esercita allora sugli scrittori (inclusa l'&#233;quipe della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;), imponendo all'attenzione le tesi di Maurras e di Lasserre sul Romanticismo, pernicioso prodotto germanico estraneo al genio francese. Dosto&#239;evski &#232; un modello importante per Gide, ma non &#232;, contrariamente a quanto afferma Hermetet, un &#8220;buon rivelatore della letteratura italiana degli anni 1920&#8221; (p.155), se &#232; vero, come riconosce l'a., che &#232; screditato agli occhi dei collaboratori della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;, in quanto lo associano a D'Annunzio e a &lt;i&gt;La Voce&lt;/i&gt;, due posizioni da cui prendono le distanze. Viceversa, il futurismo non &#232; mai stato preso sul serio dalla &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, mentre per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; &#232; un fondamentale &lt;i&gt;repoussoir&lt;/i&gt;, incarna tutto ci&#242; che la rivista respinge nelle avanguardie. Se Proust, Tzara, Breton, Aragon sono al centro dell'interesse nella &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, i temi rilevanti per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; sono altri, e lo stesso si pu&#242; dire per la rivista di Eliot.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poich&#233; Hermetet, tuttavia, non prende in considerazione questi temi, la sua analisi risulta deformante: l'apporto della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt; &#232; ricostruito e commentato, quello delle altre due riviste sembra ridursi ai rari interventi che riguardano il dibattito in corso in Francia. Quindi, anzich&#233; &#8220;le differenti gerarchie&#8221;, emergono &#8220;silenzi o assenze&#8221; rispetto alla rivista di Gide (p. 11) e gli ovvi &#8220;d&#233;calages&#8221; con cui sono importati autori e problematiche francesi. Al lettore rimane solo un'impressione di lacune o di ritardi, poich&#233; non sono ricostruiti i modelli proposti dalle due riviste, gli interlocutori rispettivi, il dibattito interno alla &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;, n&#233; &#232; spiegata la rilevanza che ognuna ha avuto nel suo paese. &#200; vero che Hermetet, per giustificare la comparazione, afferma l'affinit&#224; dei programmi &#8220;estetici&#8221; e della &#8220;posizione che ogni rivista occupa o si propone di occupare nel campo letterario nazionale&#8221; (p. 15). Ma, poich&#232; non ricostruisce questa posizione (cio&#232; il contesto nazionale in cui le scelte delle riviste si iscrivono e i fattori che le rendono autorevoli, a cominciare dalle propriet&#224; e dalla reputazione dei redattori), non fornisce elementi indispensabili per capirne la linea e l'evoluzione. Convergenze come il &#8220;classicismo&#8221; e la paura del &#8220;caos&#8221; si potrebbero spiegare e prenderebbero tutto il loro senso se, invece di essere trattate come posizioni specifiche di questi gruppi, fossero ricondotte a tendenze collettive emerse gi&#224; durante la guerra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sarebbe stato necessario, per esempio, collegare questi atteggiamenti al fenomeno ampiamente studiato del &#8220;retour &#224; l'ordre&#8221;, che spesso ritraduce, in forma eufemizzata, preoccupazioni nazionalistiche e fantasmi associati ai grandi conflitti sociali e politici esplosi durante la guerra, in particolare la rivoluzione russa. Cos&#236; le dichiarazioni di principio dei redattori sull'esigenza di separare la cultura dalla politica non bastano a provare un'autentica distanza dalla politica (nessuno dei principali redattori della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt; e della &lt;i&gt; &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt; &lt;/i&gt; si astiene da prese di posizione nazionaliste, a volte chiaramente xenofobe) ma esprimono la consapevolezza che la partecipazione diretta agli scontri ideologici in atto rischia di compromettere ogni possibilit&#224; di preservare una certa autonomia della cultura.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'insufficiente riflessione sulla costruzione dell'oggetto e sui concetti utilizzati &#232; il limite fondamentale di cui risente questo volume. Il suo approccio prevalentemente descrittivo ha tutti gli inconvenienti della ricerca positivistica: se uno studio di caso non analizza il dato, non lo interpreta, non lo confronta con le ipotesi e i risultati che emergono da altri studi di caso, non arriva a distinguere ci&#242; che &#232; particolare, specifico del caso, legato alle propriet&#224; di un contesto storico, e ci&#242; che, alla luce di altre analisi, si pu&#242; considerare come un meccanismo, una tendenza generale. Questo lavoro sembra ignorare le acquisizioni dei molti studi e interventi che, con la mondializzazione della ricerca, hanno messo radicalmente in discussione i presupposti e gli orizzonti della storia letteraria, sia nella comparatistica sia nello studio delle letterature nazionali. Cos&#236;, mentre i &lt;i&gt;Translation studies&lt;/i&gt;, i &lt;i&gt;Transfer Studies&lt;/i&gt;, le &lt;i&gt;World-System Theories&lt;/i&gt;, la sociologia della traduzione hanno messo in luce la complessit&#224; dei fattori che occorre prendere in considerazione per spiegare i flussi delle traduzioni e le relazioni che si instaurano tra le diverse culture (la gerarchia di importanza, invisibile e variabile, tra le lingue, le letterature, le nazioni, i mercati, ma anche le relazioni diplomatiche, i conflitti e le alleanze, la presenza delle lingue straniere nell'insegnamento e la loro diffusione, le poste in gioco nello spazio nazionale, eccetera), Hermetet si limita a dire, come se si trattasse di un principio di spiegazione ovvio e sufficiente: &#171;On sait [&#8230;] que plus une langue est rare dans un pays donn&#233;, moins les &#339;uvres litt&#233;raires sont traduites et plus le nombre des commentateurs est restreint&#187; (p. 31). Allo stesso modo &#232; ricondotta a una falsa evidenza la relazione tra fenomeni e rappresentazioni che sono altrettante mitografie cristallizzate, da decostruire, come il &#8220;simbolismo&#8221; e la &#171;crisi del romanzo&#187; : &#171;On sait, en effet, que la sortie du symbolisme passe par une r&#233;d&#233;finition du genre romanesque, dans le contexte g&#233;n&#233;ral de &#8220;crise du roman&#8221;&#187; (p. 28).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'insufficiente riflessivit&#224; emerge anche nelle tendenza dell'analista a adottare il linguaggio delle sue fonti, usando senza distanza concetti fortemente marcati e carichi di presupposti ideologici, come &#8220;intelligence&#8221; - lanciato da Maurras (L'Avenir de l'intelligence) e ripreso da Massis (le Parti de l'Intelligence) - inestricabilmente associato all'autorappresentazione degli intellettuali nazionalisti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appare altrettanto superficiale il modo in cui &#232; affrontata una questione rilevante come il nazionalismo culturale della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;. Certo il compito dell'analista, di fronte al razzismo che emerge da molti testi di Gide e di Rivi&#232;re, non &#232; condannare, ma neppure sorvolare o assolvere, come fa Hermetet, secondo la quale non si tratta di &lt;i&gt;chauvinisme&lt;/i&gt; (229), ma di &#8220;psicologia dei popoli&#8221; (p. 228) mossa da un'intenzione &#8220;contrastiva&#8221; (p. 27). Non ci si pu&#242; limitare a spiegare l'idea di una missione storica della Francia, fondata sulla superiorit&#224; culturale, collegandola alla &#8220;prospettiva universalista ereditata dalla Rivoluzione del 1789&#8221; (p. 75), senza prendere esplicitamente le distanze dall'imperialismo culturale che quest'universalismo ha finito di fatto per legittimare. Sarebbe stato necessario almeno evocare le condizioni storiche di un accecamento nazionalistico che pu&#242; sorprendere, se non lo si inquadra storicamente. Esistono molti studi sul nazionalismo letterario in Francia, che permettono di capirne la genesi e lo sviluppo, prendendo in considerazione non solo il conflitto con la Germania ma tutto il processo di nazionalizzazione della letteratura francese che si avvia con il Romanticismo e, inseparabilmente, il ruolo sociale eminente che il nazionalismo assicura agli scrittori, in una fase della storia intellettuale in cui il prestigio e lo status della categoria &#232; minacciato dall'ascesa di altre frazioni intellettuali, in particolare gli universitari, che in qualit&#224; di esperti e di consiglieri possono esercitare un'influenza considerevole sullo stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'impresa tentata da Hermetet non era certo facile. Una maggiore vigilanza sulla costruzione del corpus, sugli strumenti concettuali e sul metodo le avrebbe permesso di andare al di l&#224; della descrizione sommaria e impressionistica, di situare queste esperienze, di darne un'idea pi&#249; adeguata e di avanzare ipotesi capaci di spiegare la variet&#224; degli orientamenti, la loro evoluzione, le esitazioni e le contraddizioni apparenti. Purtroppo il suo lavoro non dice nulla di nuovo sulle riviste prese in considerazione, sul loro ruolo nello spazio nazionale e sui rapporti tra loro. Al contrario ne d&#224; un'immagine molto schematica e parziale, rispetto a quella che emerge dalle numerose analisi in circolazione. E non si pu&#242; neppure considerare un contributo al dibattito in corso tra i comparatisti che hanno contribuito con le loro ricerche e con la loro riflessione a trasformare e ad arricchire le prospettive della storia letteraria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(da: Rivista di letterature moderne e comparate, vol. LXIV, fasc. 4 (ott.-dic. 2011), pp. 456-460)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Oltre il recinto del senso comune</title>
		<link>https://ragionipratiche.it/Oltre-il-recinto-del-senso-comune</link>
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		<dc:date>2014-03-24T14:29:48Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Cultura</dc:subject>
		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Campo artistico</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Boschetti</dc:subject>
		<dc:subject>Eduard Manet</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il potere del simbolico&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel corso su Manet Bourdieu sottolinea l'attualit&#224; della sua analisi, denunciando in particolare il populismo di cui si servono i conservatori, alla fine dell'Ottocento come nel 2000, per screditare la rivendicazione di autonomia delle ricerche artistiche e scientifiche che non sono immediatamente accessibili ai profani. In effetti molti degli intellettuali francesi che dalla met&#224; degli anni Settanta si sono imposti all'attenzione mediatica (dai &#171;nouveaux philosophes&#187; a Jacques Ranci&#232;re e Bruno Latour) si sono serviti di argomenti populisti per squalificare i loro pi&#249; famosi predecessori: L&#233;vi-Strauss, Lacan, Althusser, Foucault, Derrida e, in particolare, Bourdieu. I nuovi guru hanno preteso demagogicamente di farsi portavoce del senso comune, accusando di arroganza sia la visione strutturale, che spiega il soggetto ricostruendo il sistema di relazioni in cui &#232; inserito, sia i &#171;maestri del sospetto&#187;, colpevoli di aver fatto emergere l'impensato che si cela in ogni discorso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma non si pu&#242; capire l'interesse che questa ricerca presenta per chiunque desideri conoscere meglio il pensiero di Bourdieu se non si considera la scommessa teorica che rappresentava per lui. In quest'enorme cantiere, aperto su pi&#249; fronti, ha messo alla prova tutti gli strumenti e i saperi acquisiti in oltre quarant'anni di lavoro. Il libro offre la possibilit&#224; di entrare in uno straordinario laboratorio e di cogliere il pensiero nel suo farsi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fin dall'inizio della sua carriera Bourdieu aveva focalizzato la sua attenzione sulla dimensione simbolica della realt&#224;: il senso e il valore che diamo alle cose, anche quelle che consideriamo &#171;materiali&#187;, dipendono dalle nostre categorie di percezione, convinzioni, emozioni. Riteneva che la tradizione sociologica non avesse elaborato strumenti adeguati per rendere conto di quest'aspetto fondamentale. Marx aveva sottolineato nella prima delle &lt;i&gt;Tesi su Feuerbach&lt;/i&gt; il &#171;lato attivo&#187; della realt&#224; umana, ma non aveva sviluppato quest'intuizione, essendo preoccupato di sottolineare soprattutto, contro l'idealismo, il peso dei fattori economici. Emile Durkheim e soprattutto Max Weber avevano aperto la strada, con i loro studi sulla religione. Ma Bourdieu voleva elaborare un modello che permettesse di spiegare la cultura (in tutte le sue accezioni) di universi complessi e differenziati come la societ&#224; contemporanea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Modelli della trasformazione&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei lavori sul sistema di insegnamento e nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt; Bourdieu si &#232; interrogato soprattutto sui meccanismi di riproduzione della cultura, per cercare di spiegare il grande paradosso della storia umana, il fatto che l'ordine simbolico tende a essere accettato come evidente, naturale, anche da quelli che ne sono vittime. Ha mostrato che le strutture mentali sono forgiate dalle strutture sociali, attraverso la scuola e la famiglia, e tendono quindi ad accordarsi con la visione dominante. Al tempo stesso non ha mai smesso di interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile, in alcune congiunture storiche, la trasformazione dei principi di visione e di divisione del mondo. Lungi dal proporre una visione rassegnata, la sua opera muove dalla convinzione che la conoscenza dei determinismi sociali sia il solo strumento di cui l'uomo dispone per tentare di &#171;defatalizzare&#187; il mondo. Bourdieu ha cos&#236; progressivamente elaborato un modello multifattoriale di spiegazione del cambiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio di una &#171;rivoluzione simbolica&#187; riuscita era un modo per mettere alla prova questo modello. Si trattava non solo di individuare i fattori strutturali di una conversione mentale collettiva, ma di spiegare i meccanismi e gli esiti del cambiamento, grazie alla sua teoria dell'azione, da lui designata sinteticamente con le nozioni complementari di habitus e di campo. Avendo l'ambizione di provare la validit&#224; generale delle sue ipotesi, Bourdieu considerava come una sfida particolarmente significativa e un punto d'onore riuscire a rendere conto del funzionamento dell'arte e della letteratura, oggetti verso i quali sussiste ancora oggi un atteggiamento religioso, che pretende di sottrarli alla conoscenza razionale, come se non facessero parte del mondo sociale. Perci&#242; era importante per lui non limitarsi ad analizzare aspetti &#171;esterni&#187; come il mercato e il pubblico, ma mostrare che la nozione di campo permetteva di spiegare sociologicamente anche gli aspetti pi&#249; specifici di questi universi particolari: l'eroico disinteresse dimostrato da scrittori e artisti incompresi dalla maggior parte dei contemporanei come Baudelaire, Flaubert, Mallarm&#233;, Rimbaud, Courbet, Manet, Cezanne, Van Gogh; gli aspetti tecnici e formali delle opere; la genesi dei canoni estetici e delle gerarchie di valore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La quantit&#224; di piste che apre questo libro postumo attesta la fecondit&#224; del modello teorico e insieme la dismisura del lavoro che esso richiede. Mentre in altre ricerche Bourdieu ha potuto contare su un'&#233;quipe di collaboratori, qui ha proceduto da solo, e considerando il programma delineato nel manoscritto si capisce come in una lezione arrivi a confessare il suo sgomento di fronte all'impresa in cui si &#232; imbarcato. L'indice d&#224; l'idea della &#171;missione impossibile&#187; che si &#232; imposto, nell'esigenza di analizzare sistematicamente il funzionamento dei diversi campi e settori che hanno un ruolo nella rivoluzione della pittura: il sistema accademico; il campo artistico;il campo della critica; i mercanti e i collezionisti; le innovazioni estetiche e pittoriche. Secondo la sua teoria, per spiegare le pratiche (rappresentazioni, discorsi, opere) occorreva fare un lavoro senza precedenti: ricostruire, per ognuno di questi mondi (compresa la produzione critica della posterit&#224;), la struttura delle posizioni nonch&#233; le traiettorie e le propriet&#224; degli agenti. Inoltre, mentre nelle &lt;i&gt;Regole dell'arte&lt;/i&gt; Bourdieu si era concentrato sul caso francese, qui si pone in una prospettiva comparativa, per spiegare l'eccezione che rappresenta la Francia, per la forza del sistema accademico e per la radicalit&#224; della rivoluzione compiuta dagli innovatori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;L'insidia del determinismo&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nessuno dei capitoli pu&#242; dirsi finito. Alcuni sono note per un'immensa ricerca da fare. A volte Bourdieu avanza ipotesi che possono apparire discutibili o troppo perentorie. Ma si trova qui un esempio concreto e prezioso della complessa costruzione di oggetto che esige l'applicazione della &#171;teoria dei campi&#187;. Le domande che Bourdieu si pone e le ipotesi che elabora sono trasponibili. Il libro mostra quanto siano fruttuose queste trasposizioni, per esempio facendo emergere ci&#242; che accomuna il funzionamento del sistema accademico ai tempi di Manet e quello delle &lt;i&gt;Grandes &#233;coles&lt;/i&gt; francesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'aspetto forse pi&#249; affascinante e istruttivo &#232; lo sforzo costante di riflessivit&#224;. La meditazione sui problemi teorici e metodologici, sull'uso dei concetti, sul lavoro di ricerca occupa pi&#249; di met&#224; dei corsi e coinvolge profondamente, grazie alla passione e onest&#224; intellettuale con cui l'illustre sociologo spiega quello che cerca di fare e confessa le sue difficolt&#224;. A proposito di questioni fondamentali (come la distinzione tra &#171;corpo&#187; accademico e &#171;campo&#187; artistico, o il rapporto rottura/continuit&#224; nel cambiamento) si notano esitazioni e progressive correzioni che attestano la fedelt&#224; all'ethos scientifico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Colpisce in particolare lo sforzo di vigilanza epistemologica sui determinismi insidiosi cui ogni ricercatore &#232; esposto. Nel manoscritto, per esempio, raccomanda a se stesso: &#171;non fare il poeta, bel discorso suggestivo&#187;. E (riferendosi al confronto con altri studiosi): &#171;Sfuggire all'effetto campo: 1) non cercare l'originalit&#224; 2) non accontentarsi di contrapporsi. Superare conservando&#187;. Questo breve promemoria riassume un segreto essenziale del pensiero di Bourdieu, che si &#232; costruito, come ha detto e scritto spesso, con e contro Marx, Durkheim, Weber e innumerevoli altri autori, appropriandosi le acquisizioni e correggendo gli errori. Ha sempre giudicato antiscientifica e nefasta la logica dicotomica che riduce tutto a alternative semplici. Qui ribadisce con forza la persuasione che la conoscenza pu&#242; progredire solo praticando un &#171;eclettismo razionale&#187;. E quest'impresa, incompiuta, forse, anche perch&#233; interminabile, lo conferma attraverso le prospettive che apre e i problemi che pone a quanti vorranno proseguirla e superarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(recensione uscita su: &#034;il manifesto&#034;)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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