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		<title>Bourdieu et le travail</title>
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		<dc:date>2016-10-21T13:51:11Z</dc:date>
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		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Lavoro</dc:subject>
		<dc:subject>Maxime Quijoux</dc:subject>
		<dc:subject>Michele Nani</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Capitale simbolico, movimenti sociali, ascesa e declino del salariato. Un volume collettivo su Bourdieu et le travail, a cura di Maxime Quijoux.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: il manifesto, 20 ottobre 2016.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Pierre Bourdieu &#232; uno dei sociologi francesi pi&#249; letti e citati nel mondo: tuttavia il suo ruolo &#232; stato e resta marginale in uno dei settori pi&#249; importanti della sociologia francese, la sociologia del lavoro. Parte da questo paradosso la ponderosa raccolta di studi &lt;i&gt;Bourdieu et le travail&lt;/i&gt; (Presses universitaires de Rennes, pp. 400), promossa e curata da Maxime Quijoux. Noto ai pi&#249; per le sue ricerche sulla cultura, sulle istituzioni formative e sugli intellettuali, oppure per il suo impegno pubblico a fianco dei movimenti sociali nel corso degli anni Novanta, Bourdieu si &#232; forse disinteressato del lavoro come oggetto di studio? Quijoux e compagni lo negano recisamente, a partire dall'esperienza algerina del sociologo.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il primo libro di ricerca di Bourdieu, in collaborazione con altri studiosi, fu dedicato nel 1963 a &lt;i&gt;Lavoro e lavoratori in Algeria&lt;/i&gt;. Prendendo congedo dalla sua formazione filosofica, il giovane ricercatore aveva operato una svolta verso le scienze sociali parallelamente al suo trasferimento all'Universit&#224; di Algeri durante la guerra di indipendenza (su quel momento fondativo si veda &lt;i&gt;In Algeria. Immagini dello sradicamento&lt;/i&gt;, Carocci, volume impreziosito dalle foto scattate dallo stesso&lt;br class='autobr' /&gt;
sociologo, la cui edizione italiana dobbiamo ad Andrea Rapini). &lt;br class='autobr' /&gt;
L'intreccio fra violenza coloniale e trasformazione capitalistica facevano dell'Algeria un&lt;br class='autobr' /&gt;
laboratorio politico e sociale: il giovane studioso leggeva i conflitti in corso attraverso le&lt;br class='autobr' /&gt;
trasformazioni del lavoro, contadino e urbano. Il mercato del lavoro algerino era caratterizzato dalla polarizzazione fra una massa di sottoproletari espulsi dalle campagne (anche ad opera dell'esercito coloniale) e la minoranza salariata urbana: mentre i primi vivevano lacerati fra i valori dell'universo contadino di partenza ormai dissolto e la precariet&#224; della vita nei &#171;campi di raggruppamento&#187; e nelle bidonvilles urbane, cercando o inventandosi occupazioni giorno per giorno, i secondi grazie alla&lt;br class='autobr' /&gt;
relativa sicurezza dell'impiego potevano accedere a una vera trasformazione antropologica, al riconoscimento di interessi collettivi, al conflitto, alla politica. I limiti di una lettura delle comunit&#224; rurali &#171;tradizionali&#187; legata agli studi coloniali precedenti e di uno schiacciamento sul presente di capitalismo e salarizzazione, ben evidenziati dai bei saggi di Fabien Sacriste e di Claude Didry, nulla tolgono all'antropologia della precariet&#224; e del salariato delineate da Bourdieu nel quadro di una storicizzazione del capitalismo e dell'agire economico.&lt;br class='autobr' /&gt;
Al ritorno in patria il sociologo si sarebbe convertito ad altri oggetti e avrebbe cos&#236; dimenticato i lavoratori? Se lo spostamento degli interessi di ricerca &#232; innegabile, Quijoux sostiene, con buone ragioni, che l'esperienza algerina e dunque la focalizzazione sul lavoro, abbia forgiato l'arsenale concettuale e teorico delle indagini a venire. Bourdieu non avrebbe mai rinunciato all'idea che il lavoro salariato, veicolo di dominazione sociale, &#232; anche condizione del suo superamento e dunque dell'emancipazione dei subalterni.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il lavoro &#232; inoltre essenziale nella definizione della teoria bourdieusiana delle classi e del loro conflitto, che nel volume &#232; meno presente di quel che forse avrebbe meritato, cos&#236; come non vi figurano le considerazioni sul movimento operaio, che hanno anche rappresentato il punto di partenza per la riflessione di Bourdieu sul &#171;campo politico&#187;. La pi&#249; sintetica introduzione in merito &#232; forse in un saggio del 1978 (&lt;i&gt;Capitale simbolico e classi sociali&lt;/i&gt;) ora disponibile in italiano grazie a Marco Santoro, che lo ha fatto tradurre sulla rivista &#171;Polis&#187; (n. 3), assieme a un utilissimo contributo di Lo&#239;c Wacquant su &#171;come Bourdieu ha riformulato la questione delle classi&#187;.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'approccio del sociologo francese alle classi rappresenta un'integrazione critica e non un rifiuto di quello marxista (si veda la recensione, uscita su queste pagine il 7 febbraio scorso, di Andrea Girometti alla recente traduzione del saggio bourdieusiano &lt;i&gt;Forme di capitale&lt;/i&gt;). Anche per questo nel volume compaiono un interessante contributo di Sophie B&#233;roud sulla fertilit&#224; del concetto di &#171;campo&#187; per indagare il mondo sindacale e un ricco studio in cui Michael Burawoy, uno dei pi&#249; importanti sociologi (neo)marxisti del lavoro, mette a confronto il proprio approccio e quelli di Gramsci e Bourdieu.&lt;br class='autobr' /&gt;
&lt;i&gt;Bourdieu et le travail&lt;/i&gt; non &#232; solo un'opera filologica e teorica di ricostruzione degli approcci del sociologo al lavoro, ma presenta molte ricerche che si servono dei suoi strumenti per leggere le trasformazioni del presente, analizzando un ampio ventaglio di figure lavorative, ad esempio, fra gli altri, gli insegnanti, le professioni artistiche, le bibliotecarie, i poliziotti e i &lt;i&gt;concierges&lt;/i&gt; degli alberghi di lusso.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non &#232; un caso che l'arsenale teorico di Bourdieu sia ancora produttivo: &#232; stato modellato con l'attenzione costante a uomini e donne concreti, alle loro &#171;pratiche&#187; reali, lavoro incluso, da uno studioso che non ha mai dimenticato che &#171;i movimenti per l'emancipazione sono l&#236; per provare che una certa dose di utopismo&#187; traduco liberamente dalla splendida &lt;i&gt;Lezione sulla lezione&lt;/i&gt; con la quale Bourdieu ha inaugurato nel 1982 la sua presenza in uno dei templi della cultura francese, il Coll&#232;ge de France &#171;pu&#242; anche contribuire a creare le condizioni politiche di una negazione pratica della mera constatazione realistica&#187;.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Lavoro flessibile e capitale simbolico</title>
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		<dc:date>2015-07-24T07:10:22Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Federico Chicchi</dc:subject>
		<dc:subject>Capitale simbolico</dc:subject>
		<dc:subject>Lavoro</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;La nascita dell'era moderna &#232; coincisa con l'affermarsi della centralit&#224; sociale ed antropologica del lavoro. Questa forma &#8220;speciale&#8221; della pi&#249; ge-nerale attivit&#224; umana ha, infatti, progressivamente acquisito nella defini-zione delle singole esperienze personali, un ruolo sempre pi&#249; rilevante. Da un punto di vista economico, con lo sviluppo della societ&#224; capitalistica, &#232; la crescente razionalizzazione dei processi di produzione e il diffondersi del modello industriale di produzione che caratterizzano le forme sociali del lavoro, forme ambivalenti che permettono da un lato di aumentare pro-gressivamente ed enormemente la capacit&#224; di produzione della ricchezza ma dall'altro generano nuove e rilevanti questioni sociali, come la paupe-rizzazione crescente delle classi subalterne al capitale e l'intensificarsi del-le forme d'alienazione del lavoro.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://ragionipratiche.it/Capitale-simbolico" rel="tag"&gt;Capitale simbolico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://ragionipratiche.it/Lavoro" rel="tag"&gt;Lavoro&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: Federico Chicchi, Lavoro e capitale simbolico. Una ricerca empirica sul lavoro operaio nella societ&#224; post-fordista, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 46-71.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;il lavoro come legame tra individuo e societ&#224;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La nascita dell'era moderna &#232; coincisa con l'affermarsi della centralit&#224; sociale ed antropologica del lavoro. Questa forma &#8220;speciale&#8221; della pi&#249; generale &lt;i&gt;attivit&#224;&lt;/i&gt; umana ha, infatti, progressivamente acquisito nella definizione delle singole esperienze personali, un ruolo sempre pi&#249; rilevante. Da un punto di vista economico, con lo sviluppo della societ&#224; capitalistica, &#232; la crescente razionalizzazione dei processi di produzione e il diffondersi del modello industriale di produzione che caratterizzano le forme sociali del lavoro, forme ambivalenti che permettono da un lato di aumentare progressivamente ed enormemente la capacit&#224; di produzione della ricchezza ma dall'altro generano nuove e rilevanti questioni sociali, come la pauperizzazione crescente delle classi subalterne al capitale e l'intensificarsi delle forme d'alienazione del lavoro. &lt;br class='autobr' /&gt;
Sarebbe, per&#242;, sociologicamente inaccettabile interpretare la storia e la natura del lavoro (modernamente inteso) unicamente dal punto di vista della sua capacit&#224; di creare e moltiplicare la ricchezza sociale disponibile. Il lavoro, infatti, non &#232; riducibile alla sua funzione &lt;i&gt;trasformativa&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;valorizzante&lt;/i&gt;, ma rappresenta anche quell'attivit&#224; umana che mette in relazione gli individui per organizzare la necessaria riproduzione materiale della vita sociale e per questo uno spazio centrale di fondazione delle appartenenze e delle gerarchie sociali. Il lavoro, in quanto attivit&#224; di cooperazione tra diversi individui, svolge, infatti, anche la funzione di collegare l'attivit&#224; finalizzata dei singoli a quella dei gruppi e delle comunit&#224; che li comprendono; il lavoro evocando appartenenze sociali intermedie tra l'individuo e lo Stato, tra la sfera privata dell'azione e quella pubblica (Cella, 1997) contribuisce a fondare e modellare i legami tra i diversi attori sociali e tra questi e le istituzioni che sono preposte a governarne i rapporti. Il lavoro permette dunque, di unire, senza assoggettarla, l'esperienza individuale alla pi&#249; ampia dimensione sociale, attribuendo a chi lo esercita riconoscimento e senso d'utilit&#224; sociale. Per dirla con le parole di Yves Barel (1990) il lavoro ha assunto nella societ&#224; industriale il ruolo di &lt;i&gt;grand int&#233;grateur&lt;/i&gt; dei rapporti sociali. &lt;br class='autobr' /&gt;
L'importanza del lavoro s'inscrive quindi indelebilmente nel corpo della modernit&#224; anche perch&#233; in quest'epoca attraverso di esso, si afferma il principio sociale del &lt;i&gt;poter essere altrimenti&lt;/i&gt;. Il senso ultimo della rivoluzione moderna risiede, infatti, nel rifiuto della &#8220;fissit&#224;&#8221; della posizione naturale e sociale intesa come realt&#224; inviolabile ed intoccabile e nella conseguente e necessaria ricerca dell'&lt;i&gt;autonomia&lt;/i&gt; come tensione dialettica tra coscienza privata e sfera pubblica dell'esistenza. Il lavoro &#232; in questo senso, anche uno &#8220;spazio politico&#8221; in cui tale tensione acquista senso e diventa progettabile dal basso. Il sociale nel moderno, allora, assume il &#8220;fare&#8221; e il &#8220;progetto del fare&#8221; per essere altrimenti, come sua attivit&#224; poietica fondante, attivit&#224; che definisce i confini del reale come determinazione dinamica di ci&#242; che &#232; possibile o impossibile. In altre parole con la modernit&#224;, il lavoro, la sua intrinseca potenzialit&#224; trasformativa, diventa l'attivit&#224; che condiziona gli ordini strutturali e simbolici del reale ora &#8220;disincantato&#8221; .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#200; all'interno e per mezzo dell'intreccio del possibile e dell'impossibile che la societ&#224; e ogni societ&#224; costituisce il &#8220;reale&#8221; e il suo &#8220;reale&#8221;. La realt&#224; non &#232; soltanto, come si ripete dopo Diltey, &#8220;quel che resiste&#8221;; essa &#232; altrettanto, e indissociabilmente, quel che pu&#242; essere trasformato, quel che permette il fare (e il &lt;i&gt;teuchein&lt;/i&gt;) come far essere l'altro da quel che &#232; o far essere altrimenti ci&#242; che &#232; cos&#236;. La realt&#224; &#232; ci&#242; al cui interno vi &#232; il fattibile e il non fattibile (Castoriadis, 1995, p. 129).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se il lavoro, e le sue tecniche operative sono, nella modernit&#224;, il mezzo sociale del &lt;i&gt;fare&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;trasformare&lt;/i&gt;, diviene immediatamente evidente la sostanziale rilevanza politica dell'ambito sociale che esso racchiude. Le modalit&#224; e la qualit&#224; della partecipazione di una persona all'attivit&#224; lavorativa determinano, infatti, la possibilit&#224; o meno, per quest'ultima, di accedere alle risorse materiali e simboliche utili alla sua validazione sociale: il lavoro d&#224; facolt&#224; di entrare nel &lt;i&gt;circolo del riconoscimento sociale&lt;/i&gt; dove l'attivit&#224; individuale, attraverso la contribuzione alla produzione del benessere collettivo, diviene attivit&#224; pubblicamente riconosciuta come &#8220;utile&#8221;. Il lavoro rappresenta, dunque, il principale canale di fondazione del &lt;i&gt;senso&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;valore&lt;/i&gt; della propria esistenza sociale e, per questo, uno dei principali catalizzatori individuali e collettivi di capitale simbolico (Cfr. Chicchi, 2002). Le modalit&#224; e il grado di riconoscimento ottenibile attraverso tale contribuzione non sono per&#242; automatici e monolitici, essi sono regolati e definiti nelle loro forme simboliche dai rapporti di potere che esistono tra i diversi attori che cooperano e/o confliggono all'interno del mondo produttivo, e quindi dalla loro possibilit&#224; di accedere (o meno) alla definizione degli stessi criteri attraverso cui il &lt;i&gt;riconoscimento&lt;/i&gt; viene &#8220;distribuito&#8221; ed &#8220;attivato&#8221;. Nel proseguo dell'analisi cercheremo allora di comprendere come alla luce delle recenti trasformazioni produttive in senso post-fordista il lavoro si &#8220;riposizioni&#8221; all'interno della societ&#224; contemporanea.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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