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		<title>Passeron su Bourdieu</title>
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		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>
		<dc:subject>Andrea Girometti</dc:subject>
		<dc:subject>Jean-Claude Passeron</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;In un libro di Jean-Claude Passeron la rottura con Pierre Bourdieu.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://ragionipratiche.it/Jean-Claude-Passeron" rel="tag"&gt;Jean-Claude Passeron&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: il manifesto, 25 aprile 2017.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;A quindici anni dalla scomparsa di Pierre Bourdieu, esce la traduzione di un'importante testimonianza (datata 2003) di Jean-Claude Passeron &#8211; &lt;i&gt;Pierre Bourdieu. Morte di un amico. Scomparsa di un pensatore&lt;/i&gt; (Armando, 2016, pp. 112, euro 12) &#8211; che con il sociologo francese condivise, alternando entusiasmo e difficolt&#224;, pi&#249; di un decennio di ricerche e co-scrittura. La preziosa introduzione di Giovanna Gianturco e Rossella Viola consente di riflettere sul percorso comune e sulla successiva biforcazione/separazione che ha contraddistinto gli itinerari dei due sociologi. Quest'ultima, se non incrin&#242; l'amicizia e il dialogo sottotraccia, pi&#249; o meno conflittuale, rinvenibile nelle opere &#8211; i due autori eviteranno pressoch&#233; di citarsi pubblicamente nel corso dei successivi trent'anni &#8211;, fu principalmente incentrata sulla diversa risposta data, come scrive Passeron, alla &#171;questione epistemologica di ci&#242; che il &#8220;vero dire&#8221; pu&#242; &#8220;voler dire&#8221; nelle frasi del sociologo e, pi&#249; generalmente, nelle asserzioni di tutte le scienze sociali&#187;. A ben vedere si tratta di una questione ancora attualissima, che riflette la debole autonomia dei campi in cui si articolano le scienze sociali e in particolare il campo sociologico ancora influenzato da un empirismo che feticizza le tecniche, senza interrogarsi riflessivamente sulla teoria pi&#249; o meno spontanea che presiede alla sua pratica (e dunque subendo la pressione del discorso dominante, la seduzione del giornalismo e il mancato distacco dal &#8220;senso comune&#8221;). Paradossalmente, si tratta di uno dei principali avversari, insieme ad un metodologismo &#171;poco interessato al senso di ci&#242; che misura&#187;, contro cui gi&#224; muoveva un testo come &lt;i&gt;Il mestiere di sociologo&lt;/i&gt; (fuori catalogo da troppo tempo) pubblicato da Bourdieu e Passeron insieme a Jean-Claude Chamboredon nel 1968. Ed &#232; proprio lo scarto che si &#232; consumato rispetto a quell'impresa collettiva, in particolare nel percorso di Passeron, divenuto critico dell'ancoraggio troppo durkeimiano che vede impresso nell'opera, che permette di leggere pi&#249; attentamente le differenze tra i due sociologi. &lt;br class='autobr' /&gt;
Passeron, nei suoi ricordi dell'amico Bourdieu e del pensatore Pierre Bourdieu &#8211; i due giovani &#171;militanti della ricerca&#187; erano accomunati da &#171;affetti d'intelligenza scientifica&#187;, seppure partendo da una diversit&#224; di habitus &#8211;, non esita ad evidenziare la torsione in senso marcatamente weberiano del suo tragitto teorico, dovuto a una rilettura delle opere comuni nonch&#233; delle migliori opere di Bourdieu, intento a distinguere le scienze sociali come scienze storiche non misurabili con i parametri utilizzati dalle scienze naturali. Ne rivendica, ad un tempo, il carattere costitutivamente &#8220;plurale&#8221; &#8211; il pensare per casi come sottolineano Gianturco e Viola &#8211; segnato dalla temporalit&#224;, dalla necessit&#224; d'interrogarsi continuamente su fondamenti e dispostivi di veridicit&#224;, e l'inscindibile legame con l'orizzonte valoriale che in quanto tale ridimensiona la portata del sapere sociologico rispetto alle altre scienze e che, al suo interno, guarda con sospetto la formazione di un paradigma &#8220;forte&#8221;, apertamente in lotta per l'egemonia nel campo sociologico, o, meglio, per la sua trasformazione, come quello proposto da Bourdieu con la costruzione di una scienza generale dell'economia delle pratiche. Eppure, la schematica contrapposizione tra una postura weberiana come quella di cui s'intende portatore Passeron e una tout court durkeimiana come si vorrebbe troppo riduttivamente attribuire a Bourdieu, non vede la complessit&#224; di quest'ultima, la difficile posizione che rigetta ad un tempo scientismo e relativismo nichilista. Si sottovaluta, ci pare, la lezione epistemologica di matrice bachelardiana, che ha segnato il percorso iniziale dei due sociologi (ancora ampiamente richiamata e ampliata, all'inizio degli anni duemila, da Bourdieu nel corso &lt;i&gt;Science de la science et r&#233;flexivit&#233;&lt;/i&gt;), secondo la quale la conoscenza promossa da ogni scienza &#232; sempre approssimata &#8211; si veda ora anche il &lt;i&gt;Saggio sulla conoscenza approssimata&lt;/i&gt; (Mimesis 2016) di Bachelard, tradotto e curato da Enrico Caselli Gattinara &#8211;, nonch&#233; il carattere storico, e dunque soggetto a mutazioni e a vere e proprie rotture, che interessa le costruzioni teoriche pi&#249; rigorose senza per questo pregiudicarne il carattere oggettivo. &lt;br class='autobr' /&gt;
Vi &#232; un altro punto di sensibile frizione evidenziato da Passeron quando pone in risalto &#8211; giustamente &#8211; il difficile e irrisolto rapporto tra politica e sociologia. Il radicalismo politico dell'ultimo Bourdieu, agito in nome di una verit&#224; sociologica, in termini bourdieusiani di una realpolitik della ragione, non convince sociologicamente, prima ancora che politicamente, Passeron, i cui trascorsi politici sono, peraltro, pi&#249; marcatamente schierati a sinistra (dalla momentanea adesione al Pcf all'attenzione riservata al pensiero di Althusser e Foucault), ma scontano la cocente delusione dell'esperienza universitaria di Vincennes dove &#171;gli opposti sinistrismi [tentavano] di trasformare l'azione pedagogica in cinghia di trasmissione della rivoluzione sociale&#187; o di usare, sovente, la lotta politica per finalit&#224; carrieristiche. Ci&#242; che non convince Passeron &#232; l'idea che l'interesse che pu&#242; motivare un impegno politico non possa che essere subordinato all'interesse ad una conoscenza chiara dei meccanismi di dominio fornita dalla sociologia, e dunque dalla necessit&#224; di non cedere ad una qualche retorica della persuasione di carattere profetico-propagandistico. Si stabilisce, pertanto, un dialogo disturbato tra chi come Bourdieu vede nel riconoscimento/disvelamento del dominio incorporato dai dominati la prerogativa di un impegno non pi&#249; rinviabile e chi come Passeron vede, tra l'altro, nella teoria &#8220;rigida&#8221; del dominio elaborata dall'amico l'assenza di un elemento di entusiasmo politico (come era rinvenibile negli scritti pi&#249; politici di Marx ed Engels) capace di coinvolgere i subalterni. Niente di pi&#249; tragicamente attuale.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="https://ilmanifesto.it/la-realpolitik-emotiva-di-un-lungo-addio/" class="spip_out"&gt;https://ilmanifesto.it/la-realpolit...&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Bourdieu et le travail</title>
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		<dc:date>2016-10-21T13:51:11Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Lavoro</dc:subject>
		<dc:subject>Maxime Quijoux</dc:subject>
		<dc:subject>Michele Nani</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Capitale simbolico, movimenti sociali, ascesa e declino del salariato. Un volume collettivo su Bourdieu et le travail, a cura di Maxime Quijoux.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://ragionipratiche.it/Michele-Nani" rel="tag"&gt;Michele Nani&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: il manifesto, 20 ottobre 2016.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Pierre Bourdieu &#232; uno dei sociologi francesi pi&#249; letti e citati nel mondo: tuttavia il suo ruolo &#232; stato e resta marginale in uno dei settori pi&#249; importanti della sociologia francese, la sociologia del lavoro. Parte da questo paradosso la ponderosa raccolta di studi &lt;i&gt;Bourdieu et le travail&lt;/i&gt; (Presses universitaires de Rennes, pp. 400), promossa e curata da Maxime Quijoux. Noto ai pi&#249; per le sue ricerche sulla cultura, sulle istituzioni formative e sugli intellettuali, oppure per il suo impegno pubblico a fianco dei movimenti sociali nel corso degli anni Novanta, Bourdieu si &#232; forse disinteressato del lavoro come oggetto di studio? Quijoux e compagni lo negano recisamente, a partire dall'esperienza algerina del sociologo.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il primo libro di ricerca di Bourdieu, in collaborazione con altri studiosi, fu dedicato nel 1963 a &lt;i&gt;Lavoro e lavoratori in Algeria&lt;/i&gt;. Prendendo congedo dalla sua formazione filosofica, il giovane ricercatore aveva operato una svolta verso le scienze sociali parallelamente al suo trasferimento all'Universit&#224; di Algeri durante la guerra di indipendenza (su quel momento fondativo si veda &lt;i&gt;In Algeria. Immagini dello sradicamento&lt;/i&gt;, Carocci, volume impreziosito dalle foto scattate dallo stesso&lt;br class='autobr' /&gt;
sociologo, la cui edizione italiana dobbiamo ad Andrea Rapini). &lt;br class='autobr' /&gt;
L'intreccio fra violenza coloniale e trasformazione capitalistica facevano dell'Algeria un&lt;br class='autobr' /&gt;
laboratorio politico e sociale: il giovane studioso leggeva i conflitti in corso attraverso le&lt;br class='autobr' /&gt;
trasformazioni del lavoro, contadino e urbano. Il mercato del lavoro algerino era caratterizzato dalla polarizzazione fra una massa di sottoproletari espulsi dalle campagne (anche ad opera dell'esercito coloniale) e la minoranza salariata urbana: mentre i primi vivevano lacerati fra i valori dell'universo contadino di partenza ormai dissolto e la precariet&#224; della vita nei &#171;campi di raggruppamento&#187; e nelle bidonvilles urbane, cercando o inventandosi occupazioni giorno per giorno, i secondi grazie alla&lt;br class='autobr' /&gt;
relativa sicurezza dell'impiego potevano accedere a una vera trasformazione antropologica, al riconoscimento di interessi collettivi, al conflitto, alla politica. I limiti di una lettura delle comunit&#224; rurali &#171;tradizionali&#187; legata agli studi coloniali precedenti e di uno schiacciamento sul presente di capitalismo e salarizzazione, ben evidenziati dai bei saggi di Fabien Sacriste e di Claude Didry, nulla tolgono all'antropologia della precariet&#224; e del salariato delineate da Bourdieu nel quadro di una storicizzazione del capitalismo e dell'agire economico.&lt;br class='autobr' /&gt;
Al ritorno in patria il sociologo si sarebbe convertito ad altri oggetti e avrebbe cos&#236; dimenticato i lavoratori? Se lo spostamento degli interessi di ricerca &#232; innegabile, Quijoux sostiene, con buone ragioni, che l'esperienza algerina e dunque la focalizzazione sul lavoro, abbia forgiato l'arsenale concettuale e teorico delle indagini a venire. Bourdieu non avrebbe mai rinunciato all'idea che il lavoro salariato, veicolo di dominazione sociale, &#232; anche condizione del suo superamento e dunque dell'emancipazione dei subalterni.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il lavoro &#232; inoltre essenziale nella definizione della teoria bourdieusiana delle classi e del loro conflitto, che nel volume &#232; meno presente di quel che forse avrebbe meritato, cos&#236; come non vi figurano le considerazioni sul movimento operaio, che hanno anche rappresentato il punto di partenza per la riflessione di Bourdieu sul &#171;campo politico&#187;. La pi&#249; sintetica introduzione in merito &#232; forse in un saggio del 1978 (&lt;i&gt;Capitale simbolico e classi sociali&lt;/i&gt;) ora disponibile in italiano grazie a Marco Santoro, che lo ha fatto tradurre sulla rivista &#171;Polis&#187; (n. 3), assieme a un utilissimo contributo di Lo&#239;c Wacquant su &#171;come Bourdieu ha riformulato la questione delle classi&#187;.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'approccio del sociologo francese alle classi rappresenta un'integrazione critica e non un rifiuto di quello marxista (si veda la recensione, uscita su queste pagine il 7 febbraio scorso, di Andrea Girometti alla recente traduzione del saggio bourdieusiano &lt;i&gt;Forme di capitale&lt;/i&gt;). Anche per questo nel volume compaiono un interessante contributo di Sophie B&#233;roud sulla fertilit&#224; del concetto di &#171;campo&#187; per indagare il mondo sindacale e un ricco studio in cui Michael Burawoy, uno dei pi&#249; importanti sociologi (neo)marxisti del lavoro, mette a confronto il proprio approccio e quelli di Gramsci e Bourdieu.&lt;br class='autobr' /&gt;
&lt;i&gt;Bourdieu et le travail&lt;/i&gt; non &#232; solo un'opera filologica e teorica di ricostruzione degli approcci del sociologo al lavoro, ma presenta molte ricerche che si servono dei suoi strumenti per leggere le trasformazioni del presente, analizzando un ampio ventaglio di figure lavorative, ad esempio, fra gli altri, gli insegnanti, le professioni artistiche, le bibliotecarie, i poliziotti e i &lt;i&gt;concierges&lt;/i&gt; degli alberghi di lusso.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non &#232; un caso che l'arsenale teorico di Bourdieu sia ancora produttivo: &#232; stato modellato con l'attenzione costante a uomini e donne concreti, alle loro &#171;pratiche&#187; reali, lavoro incluso, da uno studioso che non ha mai dimenticato che &#171;i movimenti per l'emancipazione sono l&#236; per provare che una certa dose di utopismo&#187; traduco liberamente dalla splendida &lt;i&gt;Lezione sulla lezione&lt;/i&gt; con la quale Bourdieu ha inaugurato nel 1982 la sua presenza in uno dei templi della cultura francese, il Coll&#232;ge de France &#171;pu&#242; anche contribuire a creare le condizioni politiche di una negazione pratica della mera constatazione realistica&#187;.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Anna Boschetti - Ismes. Du r&#233;alisme au postmodernisme</title>
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		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Filosofia</dc:subject>
		<dc:subject>Campo intellettuale</dc:subject>
		<dc:subject>Universit&#224;</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Baldini</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Cosa accomuna L'Atelier de l'artiste di Courbet e l'introduzione di Spivak alla traduzione inglese di De la grammatologie di Derrida? Le parole e le cose di Foucault, Le Mots di Sartre e le parole in libert&#224; di Marinetti? Nelle storie letterarie, dell'arte o delle idee queste opere sono catalogate come seminali o esemplari di un &#8220;movimento&#8221; artistico o intellettuale &#8211; e, pi&#249; precisamente, dei cinque &#8220;ismi&#8221; cui Anna Boschetti dedica i capitoli del suo ultimo libro: &#8220;realismo&#8221;, &#8220;futurismo&#8221;, &#8220;esistenzialismo&#8221;, &#8220;strutturalismo&#8221; e &#8220;postmodernismo&#8221;.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://ragionipratiche.it/Anna-Baldini" rel="tag"&gt;Anna Baldini&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: Allegoria, n. 71-72, gennaio-dicembre 2015, p. 326.&lt;br class='autobr' /&gt;
&lt;a href=&#034;http://www.allegoriaonline.it/index.php/120-tremila-battute/71/883-anna-boschetti-ismes-du-realisme-au-postmodernisme&#034; class=&#034;spip_url spip_out auto&#034; rel=&#034;nofollow external&#034;&gt;http://www.allegoriaonline.it/index.php/120-tremila-battute/71/883-anna-boschetti-ismes-du-realisme-au-postmodernisme&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Anna Boschetti, &lt;i&gt;Ismes. Du r&#233;alisme au postmodernisme&lt;/i&gt;, CNRS &#201;ditions, Paris 2014.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cosa accomuna &lt;i&gt;L'Atelier de l'artiste&lt;/i&gt; di Courbet e l'introduzione di Spivak alla traduzione inglese di &lt;i&gt;De la grammatologie&lt;/i&gt; di Derrida? &lt;i&gt;Le parole e le cose&lt;/i&gt; di Foucault, &lt;i&gt;Le Mots&lt;/i&gt; di Sartre e le parole in libert&#224; di Marinetti? Nelle storie letterarie, dell'arte o delle idee queste opere sono catalogate come seminali o esemplari di un &#8220;movimento&#8221; artistico o intellettuale &#8211; e, pi&#249; precisamente, dei cinque &#8220;ismi&#8221; cui Anna Boschetti dedica i capitoli del suo ultimo libro: &#8220;realismo&#8221;, &#8220;futurismo&#8221;, &#8220;esistenzialismo&#8221;, &#8220;strutturalismo&#8221; e &#8220;postmodernismo&#8221;. Le virgolette sono dell'autrice, che nei punti decisivi dell'esposizione si serve di questo accorgimento editoriale per invitare il lettore a tener sotto controllo gli automatismi percettivi che si accompagnano al concetto di &#8220;movimento&#8221; intellettuale o artistico. Le istituzioni educative infatti &#8211; dalla scuola con i suoi manuali ai conflitti accademici delle interpretazioni &#8211; tendono a dare un'idea della storia culturale come una successione di &#8220;movimenti&#8221; che nascono, si sviluppano e muoiono, e di cui gli studiosi cercano di individuare la definizione, l'essenza che ne attraversa le diverse fasi. Boschetti mostra invece come ogni &#8220;ismo&#8221; sia un modo per classificare e raggruppare opere dalla genesi spesso irrelata, un'etichetta nata all'interno del conflitto che nei campi culturali oppone gli intellettuali e gli artisti che hanno conquistato posizioni di prestigio a quelli che per soppiantarli rinnovano gli strumenti del lavoro culturale. Intellettuali e artisti in via di affermazione si raggruppano designando un nuovo &#8220;ismo&#8221;, scrivendo manifesti, fondando riviste, ristrutturando i canoni: ma si tratta di alleanze il pi&#249; delle volte momentanee, fondate pi&#249; su rifiuti condivisi che su intenti comuni. Perci&#242; ogni tentativo di definirle in maniera sintetica ed esaustiva (&#8220;il futurismo &#232;&#8230;&#8221;, &#8220;lo strutturalismo &#232;&#8230;&#8221;) non pu&#242; che fallire &#8211; o meglio, fa parte esso stesso del conflitto che anima incessantemente i campi culturali: tra le condizioni che hanno consentito ad alcune di queste etichette di trasformarsi in termini chiave della storia culturale, infatti, c'&#232; proprio il lavoro di cristallizzazione operato dalla critica, dall'accademia e dai &lt;i&gt;media &lt;/i&gt; su termini nati come strumenti di battaglia e oggetti del contendere. &lt;br class='autobr' /&gt;
I cinque &#8220;ismi&#8221; trattati nel libro hanno avuto Parigi come centro propulsore, ma la loro rilevanza si &#232; estesa ben al di l&#224; della cultura francese: come hanno mostrato le pi&#249; recenti ricerche sulla circolazione internazionale delle idee, infatti, fino alla met&#224; del secolo scorso la capitale francese ha funzionato come un &#8220;meridiano di Greenwich&#8221; della cultura mondiale &#8211; &#232; stata cio&#232; il luogo geografico che ha scandito il tempo della modernit&#224; artistica e intellettuale. Per fare soltanto un esempio, il successo internazionale del futurismo non sarebbe stato possibile senza la consacrazione parigina che Marinetti riesce a ottenere grazie al suo precoce inserimento nel campo letterario della capitale francese; e, d'altra parte, proprio la provenienza del fondatore da un contesto provinciale e arretrato come quello italiano ha conferito al futurismo una radicalit&#224; eversiva che ha poi servito da modello funzionale a ogni successiva avanguardia. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale Parigi perde la funzione di capitale culturale mondiale, che migra verso il mondo anglofono; Boschetti contribuisce all'analisi di questa trasformazione epocale illustrando come il processo di importazione dello strutturalismo francese nei &lt;i&gt;campus&lt;/i&gt; statunitensi abbia portato all'invenzione della &lt;i&gt;French Theory&lt;/i&gt; e del postmodernismo. &lt;br class='autobr' /&gt;
Quest'ottica transnazionale e interdisciplinare &#232; fondata su un paradigma forte di interpretazione dei fenomeni culturali, derivato dalle &lt;i&gt;Regole dell'arte&lt;/i&gt; di Bourdieu e affinato e arricchito negli ultimi decenni da ricercatori di tutto il mondo. Come altri studi prodotti da questo cantiere di ricerca internazionale, questo libro potr&#224; servire da modello a tutti coloro che si stanno impegnando nel rinnovamento dei modi e delle forme della storiografia letteraria.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>C'&#232; comparazione e comparazione</title>
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		<dc:date>2014-03-25T18:02:06Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Boschetti</dc:subject>
		<dc:subject>Anne-Rachel Hermetet</dc:subject>
		<dc:subject>Riviste</dc:subject>
		<dc:subject>La Nouvelle Revue fran&#231;aise</dc:subject>
		<dc:subject>La Ronda</dc:subject>
		<dc:subject>The Criterion</dc:subject>
		<dc:subject>Letteratura comparata</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Anne-Rachel Hermetet propone in questo libro (&lt;i&gt;Pour sortir du chaos. Trois revues europ&#233;ennes des ann&#233;s 20&lt;/i&gt;, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. &#171;Interf&#233;rences&#187;, 2009, 258 p.) l'analisi comparata di tre riviste europee attive nel periodo che segue la prima guerra mondiale: &lt;i&gt;La Nouvelle Revue fran&#231;aise&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt;. Ci&#242; che, secondo l'a., accomuna i principali redattori delle tre riviste e giustifica la comparazione, &#232; la loro percezione che la guerra non abbia voluto dire solo morte, distruzione, ridefinizione dei confini, sconvolgimenti politici, come quello innescato dalla rivoluzione russa, ma abbia anche messo in luce una crisi di civilt&#224;, una situazione di &#8220;caos&#8221;. [...] L'impresa tentata da Hermetet non era certo facile. Una maggiore vigilanza sulla costruzione del corpus, sugli strumenti concettuali e sul metodo le avrebbe permesso di andare al di l&#224; della descrizione sommaria e impressionistica, di situare queste esperienze, di darne un'idea pi&#249; adeguata e di avanzare ipotesi capaci di spiegare la variet&#224; degli orientamenti, la loro evoluzione, le esitazioni e le contraddizioni apparenti. Purtroppo il suo lavoro non dice nulla di nuovo sulle riviste prese in considerazione, sul loro ruolo nello spazio nazionale e sui rapporti tra loro. Al contrario ne d&#224; un'immagine molto schematica e parziale, rispetto a quella che emerge dalle numerose analisi in circolazione. E non si pu&#242; neppure considerare un contributo al dibattito in corso tra i comparatisti che hanno contribuito con le loro ricerche e con la loro riflessione a trasformare e ad arricchire le prospettive della storia letteraria.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Anne-Rachel Hermetet propone in questo libro (&lt;i&gt;Pour sortir du chaos. Trois revues europ&#233;ennes des ann&#233;s 20&lt;/i&gt;, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. &#171;Interf&#233;rences&#187;, 2009, 258 p.) l'analisi comparata di tre riviste europee attive nel periodo che segue la prima guerra mondiale: &lt;i&gt;La Nouvelle Revue fran&#231;aise&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt;. Ci&#242; che, secondo l'a., accomuna i principali redattori delle tre riviste e giustifica la comparazione, &#232; la loro percezione che la guerra non abbia voluto dire solo morte, distruzione, ridefinizione dei confini, sconvolgimenti politici, come quello innescato dalla rivoluzione russa, ma abbia anche messo in luce una crisi di civilt&#224;, una situazione di &#8220;caos&#8221;. Se per le avanguardie creazione e caos non sono antagonisti, per gli scrittori che animano queste riviste uno dei compiti della letteratura &#232; uscire dal caos, rifondare l'ordine culturale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La prima e la seconda parte del volume presentano la storia delle tre riviste, i collaboratori, gli orientamenti, l'atteggiamento rispetto a apporti stranieri, facendo emergere differenze notevoli: &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt;, nata prima della guerra e destinata a essere una delle riviste pi&#249; longeve della storia letteraria, ha gi&#224; una reputazione solida, anche all'estero, e in una certa misura &#232; sicuramente un riferimento per le altre due. &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; nasce nell'aprile 1919 e si interrompe nel novembre 1922, uscendo definitivamente di scena con un ultimo numero nel dicembre 1923. &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; nasce pi&#249; tardi, nell'ottobre 1922, e, a differenza delle altre due, &#232; sostanzialmente l'espressione di una sola persona, Eliot. Le tre riviste condividono il culto della forma, anche se &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; punta sul romanzo, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; sulla &#8220;prosa d'arte&#8221;, Eliot sulla poesia. Tutte, sul piano dei principi, rivendicano l'autonomia della cultura rispetto alla politica, ma le prime due sono di fatto coinvolte nella forte politicizzazione che caratterizza la cultura francese e italiana all'indomani della guerra, mentre Eliot, americano in un paese non direttamente implicato nel conflitto, come l'Inghilterra, pu&#242; pi&#249; facilmente mantenere le distanze nei confronti della politica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quanto ai riferimenti stranieri, &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; dedica loro poco spazio e prende in considerazione solo le culture europee con cui la Francia tradizionalmente si &#232; confrontata: traduce soprattutto testi inglesi e russi (il romanzo russo non ha smesso di interessare dopo essere stato lanciato a fine Ottocento) e nei commenti privilegia autori tedeschi, anche perch&#233; molti collaboratori hanno familiarit&#224; con la cultura tedesca. Se sente l'esigenza di contribuire alla ricostruzione di una civilt&#224; europea, tende a pensarla come un rapporto tra i rappresentanti delle &#233;lites intellettuali di ogni paese, sul modello delle &#8220;D&#233;cades de Pontigny&#8221;. &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; &#232; pi&#249; cosmopolita, come mostra la scelta di non riservare una sezione apposita ai testi stranieri ma di mescolarli con quelli inglesi. Inoltre la rubrica dedicata alle riviste recensisce molto spesso numeri di riviste straniere. Pi&#249; che all'idea di un'&#8220;Europa dello spirito&#8221;, i collaboratori della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt; sembrano, invece, interessati ai problemi che deve affrontare la cultura italiana per uscire dal provincialismo, affermarsi all'estero e dotarsi di una lingua letteraria adeguata. Tuttavia lo sforzo di sfuggire alla marginalit&#224; rende la rivista pi&#249; aperta al confronto con modelli stranieri di quanto non appaia &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; manifesta, in particolare, un interesse per la cultura francese che caratterizza tutta la tradizione letteraria italiana, e presta molta attenzione alla &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, pur con una forte ambivalenza, riconducibile, almeno in parte, all'umore antifrancese suscitato in Italia dal trattato di Versailles.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La terza e la quarta parte del volume sono rivolte a mostrare come la diversit&#224; delle tre riviste si manifesti sia nella maniera di intendere la tradizione sia nell'atteggiamento verso gli autori contemporanei. Il &#8220;classicismo&#8221; cui tutte si richiamano si traduce in genealogie diverse, nazionali per &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; e per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; (rispettivamente il XVII&#176; secolo francese e Leopardi), europee per Eliot: l'antichit&#224; greco-latina e Dante. La ricostruzione del rapporto delle riviste con il XIX&#176; secolo e con il presente si presentava certo molto pi&#249; difficile, data la grande variet&#224; dei riferimenti e degli orientamenti. Hermetet ha tentato di risolvere il problema adottando come indicatori le posizioni che le riviste assumono su alcuni temi e autori: il Romanticismo, Dosto&#239;evski, Bergson, Benda, Proust, il Futurismo e il Surrealismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si tratta in realt&#224; di una prospettiva nettamente sbilanciata, che accentua lo squilibrio implicito nella stessa costruzione dell'oggetto (mentre &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; &#232; presente in tutto il periodo esaminato, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; &#232; attiva solo nel primo triennio , e &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; nel secondo), focalizzando di fatto l'analisi in prevalenza sulla rivista francese. &#200; vero, come fa notare Hermetet, che la cultura francese era allora dominante. Ma il contesto intellettuale nazionale esercita un peso determinante sulla problematica affrontata dalle riviste. Le questioni percepite come importanti e urgenti in Francia sono nella maggior parte dei casi lontane dall'apparire tali in Italia o in Inghilterra. Per fare solo un esempio, se certamente gli intellettuali italiani non ignorano Bergson, il riferimento filosofico di gran lunga pi&#249; importante per loro, negli anni Venti, &#232; il pensiero di Croce, e non lo si pu&#242; quindi trascurare se si vogliono capire le posizioni della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;. Il Romanticismo &#232; per loro solo un fenomeno del passato, legato al Risorgimento, mentre in Francia appare un terreno di confronto ineludibile, a causa dell'enorme ascendente che l'Action fran&#231;aise esercita allora sugli scrittori (inclusa l'&#233;quipe della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;), imponendo all'attenzione le tesi di Maurras e di Lasserre sul Romanticismo, pernicioso prodotto germanico estraneo al genio francese. Dosto&#239;evski &#232; un modello importante per Gide, ma non &#232;, contrariamente a quanto afferma Hermetet, un &#8220;buon rivelatore della letteratura italiana degli anni 1920&#8221; (p.155), se &#232; vero, come riconosce l'a., che &#232; screditato agli occhi dei collaboratori della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;, in quanto lo associano a D'Annunzio e a &lt;i&gt;La Voce&lt;/i&gt;, due posizioni da cui prendono le distanze. Viceversa, il futurismo non &#232; mai stato preso sul serio dalla &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, mentre per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; &#232; un fondamentale &lt;i&gt;repoussoir&lt;/i&gt;, incarna tutto ci&#242; che la rivista respinge nelle avanguardie. Se Proust, Tzara, Breton, Aragon sono al centro dell'interesse nella &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, i temi rilevanti per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; sono altri, e lo stesso si pu&#242; dire per la rivista di Eliot.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poich&#233; Hermetet, tuttavia, non prende in considerazione questi temi, la sua analisi risulta deformante: l'apporto della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt; &#232; ricostruito e commentato, quello delle altre due riviste sembra ridursi ai rari interventi che riguardano il dibattito in corso in Francia. Quindi, anzich&#233; &#8220;le differenti gerarchie&#8221;, emergono &#8220;silenzi o assenze&#8221; rispetto alla rivista di Gide (p. 11) e gli ovvi &#8220;d&#233;calages&#8221; con cui sono importati autori e problematiche francesi. Al lettore rimane solo un'impressione di lacune o di ritardi, poich&#233; non sono ricostruiti i modelli proposti dalle due riviste, gli interlocutori rispettivi, il dibattito interno alla &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;, n&#233; &#232; spiegata la rilevanza che ognuna ha avuto nel suo paese. &#200; vero che Hermetet, per giustificare la comparazione, afferma l'affinit&#224; dei programmi &#8220;estetici&#8221; e della &#8220;posizione che ogni rivista occupa o si propone di occupare nel campo letterario nazionale&#8221; (p. 15). Ma, poich&#232; non ricostruisce questa posizione (cio&#232; il contesto nazionale in cui le scelte delle riviste si iscrivono e i fattori che le rendono autorevoli, a cominciare dalle propriet&#224; e dalla reputazione dei redattori), non fornisce elementi indispensabili per capirne la linea e l'evoluzione. Convergenze come il &#8220;classicismo&#8221; e la paura del &#8220;caos&#8221; si potrebbero spiegare e prenderebbero tutto il loro senso se, invece di essere trattate come posizioni specifiche di questi gruppi, fossero ricondotte a tendenze collettive emerse gi&#224; durante la guerra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sarebbe stato necessario, per esempio, collegare questi atteggiamenti al fenomeno ampiamente studiato del &#8220;retour &#224; l'ordre&#8221;, che spesso ritraduce, in forma eufemizzata, preoccupazioni nazionalistiche e fantasmi associati ai grandi conflitti sociali e politici esplosi durante la guerra, in particolare la rivoluzione russa. Cos&#236; le dichiarazioni di principio dei redattori sull'esigenza di separare la cultura dalla politica non bastano a provare un'autentica distanza dalla politica (nessuno dei principali redattori della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt; e della &lt;i&gt; &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt; &lt;/i&gt; si astiene da prese di posizione nazionaliste, a volte chiaramente xenofobe) ma esprimono la consapevolezza che la partecipazione diretta agli scontri ideologici in atto rischia di compromettere ogni possibilit&#224; di preservare una certa autonomia della cultura.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'insufficiente riflessione sulla costruzione dell'oggetto e sui concetti utilizzati &#232; il limite fondamentale di cui risente questo volume. Il suo approccio prevalentemente descrittivo ha tutti gli inconvenienti della ricerca positivistica: se uno studio di caso non analizza il dato, non lo interpreta, non lo confronta con le ipotesi e i risultati che emergono da altri studi di caso, non arriva a distinguere ci&#242; che &#232; particolare, specifico del caso, legato alle propriet&#224; di un contesto storico, e ci&#242; che, alla luce di altre analisi, si pu&#242; considerare come un meccanismo, una tendenza generale. Questo lavoro sembra ignorare le acquisizioni dei molti studi e interventi che, con la mondializzazione della ricerca, hanno messo radicalmente in discussione i presupposti e gli orizzonti della storia letteraria, sia nella comparatistica sia nello studio delle letterature nazionali. Cos&#236;, mentre i &lt;i&gt;Translation studies&lt;/i&gt;, i &lt;i&gt;Transfer Studies&lt;/i&gt;, le &lt;i&gt;World-System Theories&lt;/i&gt;, la sociologia della traduzione hanno messo in luce la complessit&#224; dei fattori che occorre prendere in considerazione per spiegare i flussi delle traduzioni e le relazioni che si instaurano tra le diverse culture (la gerarchia di importanza, invisibile e variabile, tra le lingue, le letterature, le nazioni, i mercati, ma anche le relazioni diplomatiche, i conflitti e le alleanze, la presenza delle lingue straniere nell'insegnamento e la loro diffusione, le poste in gioco nello spazio nazionale, eccetera), Hermetet si limita a dire, come se si trattasse di un principio di spiegazione ovvio e sufficiente: &#171;On sait [&#8230;] que plus une langue est rare dans un pays donn&#233;, moins les &#339;uvres litt&#233;raires sont traduites et plus le nombre des commentateurs est restreint&#187; (p. 31). Allo stesso modo &#232; ricondotta a una falsa evidenza la relazione tra fenomeni e rappresentazioni che sono altrettante mitografie cristallizzate, da decostruire, come il &#8220;simbolismo&#8221; e la &#171;crisi del romanzo&#187; : &#171;On sait, en effet, que la sortie du symbolisme passe par une r&#233;d&#233;finition du genre romanesque, dans le contexte g&#233;n&#233;ral de &#8220;crise du roman&#8221;&#187; (p. 28).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'insufficiente riflessivit&#224; emerge anche nelle tendenza dell'analista a adottare il linguaggio delle sue fonti, usando senza distanza concetti fortemente marcati e carichi di presupposti ideologici, come &#8220;intelligence&#8221; - lanciato da Maurras (L'Avenir de l'intelligence) e ripreso da Massis (le Parti de l'Intelligence) - inestricabilmente associato all'autorappresentazione degli intellettuali nazionalisti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appare altrettanto superficiale il modo in cui &#232; affrontata una questione rilevante come il nazionalismo culturale della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;. Certo il compito dell'analista, di fronte al razzismo che emerge da molti testi di Gide e di Rivi&#232;re, non &#232; condannare, ma neppure sorvolare o assolvere, come fa Hermetet, secondo la quale non si tratta di &lt;i&gt;chauvinisme&lt;/i&gt; (229), ma di &#8220;psicologia dei popoli&#8221; (p. 228) mossa da un'intenzione &#8220;contrastiva&#8221; (p. 27). Non ci si pu&#242; limitare a spiegare l'idea di una missione storica della Francia, fondata sulla superiorit&#224; culturale, collegandola alla &#8220;prospettiva universalista ereditata dalla Rivoluzione del 1789&#8221; (p. 75), senza prendere esplicitamente le distanze dall'imperialismo culturale che quest'universalismo ha finito di fatto per legittimare. Sarebbe stato necessario almeno evocare le condizioni storiche di un accecamento nazionalistico che pu&#242; sorprendere, se non lo si inquadra storicamente. Esistono molti studi sul nazionalismo letterario in Francia, che permettono di capirne la genesi e lo sviluppo, prendendo in considerazione non solo il conflitto con la Germania ma tutto il processo di nazionalizzazione della letteratura francese che si avvia con il Romanticismo e, inseparabilmente, il ruolo sociale eminente che il nazionalismo assicura agli scrittori, in una fase della storia intellettuale in cui il prestigio e lo status della categoria &#232; minacciato dall'ascesa di altre frazioni intellettuali, in particolare gli universitari, che in qualit&#224; di esperti e di consiglieri possono esercitare un'influenza considerevole sullo stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'impresa tentata da Hermetet non era certo facile. Una maggiore vigilanza sulla costruzione del corpus, sugli strumenti concettuali e sul metodo le avrebbe permesso di andare al di l&#224; della descrizione sommaria e impressionistica, di situare queste esperienze, di darne un'idea pi&#249; adeguata e di avanzare ipotesi capaci di spiegare la variet&#224; degli orientamenti, la loro evoluzione, le esitazioni e le contraddizioni apparenti. Purtroppo il suo lavoro non dice nulla di nuovo sulle riviste prese in considerazione, sul loro ruolo nello spazio nazionale e sui rapporti tra loro. Al contrario ne d&#224; un'immagine molto schematica e parziale, rispetto a quella che emerge dalle numerose analisi in circolazione. E non si pu&#242; neppure considerare un contributo al dibattito in corso tra i comparatisti che hanno contribuito con le loro ricerche e con la loro riflessione a trasformare e ad arricchire le prospettive della storia letteraria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(da: Rivista di letterature moderne e comparate, vol. LXIV, fasc. 4 (ott.-dic. 2011), pp. 456-460)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Oltre il recinto del senso comune</title>
		<link>https://ragionipratiche.it/Oltre-il-recinto-del-senso-comune</link>
		<guid isPermaLink="true">https://ragionipratiche.it/Oltre-il-recinto-del-senso-comune</guid>
		<dc:date>2014-03-24T14:29:48Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Cultura</dc:subject>
		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Campo artistico</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Boschetti</dc:subject>
		<dc:subject>Eduard Manet</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;

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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il potere del simbolico&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel corso su Manet Bourdieu sottolinea l'attualit&#224; della sua analisi, denunciando in particolare il populismo di cui si servono i conservatori, alla fine dell'Ottocento come nel 2000, per screditare la rivendicazione di autonomia delle ricerche artistiche e scientifiche che non sono immediatamente accessibili ai profani. In effetti molti degli intellettuali francesi che dalla met&#224; degli anni Settanta si sono imposti all'attenzione mediatica (dai &#171;nouveaux philosophes&#187; a Jacques Ranci&#232;re e Bruno Latour) si sono serviti di argomenti populisti per squalificare i loro pi&#249; famosi predecessori: L&#233;vi-Strauss, Lacan, Althusser, Foucault, Derrida e, in particolare, Bourdieu. I nuovi guru hanno preteso demagogicamente di farsi portavoce del senso comune, accusando di arroganza sia la visione strutturale, che spiega il soggetto ricostruendo il sistema di relazioni in cui &#232; inserito, sia i &#171;maestri del sospetto&#187;, colpevoli di aver fatto emergere l'impensato che si cela in ogni discorso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma non si pu&#242; capire l'interesse che questa ricerca presenta per chiunque desideri conoscere meglio il pensiero di Bourdieu se non si considera la scommessa teorica che rappresentava per lui. In quest'enorme cantiere, aperto su pi&#249; fronti, ha messo alla prova tutti gli strumenti e i saperi acquisiti in oltre quarant'anni di lavoro. Il libro offre la possibilit&#224; di entrare in uno straordinario laboratorio e di cogliere il pensiero nel suo farsi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fin dall'inizio della sua carriera Bourdieu aveva focalizzato la sua attenzione sulla dimensione simbolica della realt&#224;: il senso e il valore che diamo alle cose, anche quelle che consideriamo &#171;materiali&#187;, dipendono dalle nostre categorie di percezione, convinzioni, emozioni. Riteneva che la tradizione sociologica non avesse elaborato strumenti adeguati per rendere conto di quest'aspetto fondamentale. Marx aveva sottolineato nella prima delle &lt;i&gt;Tesi su Feuerbach&lt;/i&gt; il &#171;lato attivo&#187; della realt&#224; umana, ma non aveva sviluppato quest'intuizione, essendo preoccupato di sottolineare soprattutto, contro l'idealismo, il peso dei fattori economici. Emile Durkheim e soprattutto Max Weber avevano aperto la strada, con i loro studi sulla religione. Ma Bourdieu voleva elaborare un modello che permettesse di spiegare la cultura (in tutte le sue accezioni) di universi complessi e differenziati come la societ&#224; contemporanea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Modelli della trasformazione&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei lavori sul sistema di insegnamento e nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt; Bourdieu si &#232; interrogato soprattutto sui meccanismi di riproduzione della cultura, per cercare di spiegare il grande paradosso della storia umana, il fatto che l'ordine simbolico tende a essere accettato come evidente, naturale, anche da quelli che ne sono vittime. Ha mostrato che le strutture mentali sono forgiate dalle strutture sociali, attraverso la scuola e la famiglia, e tendono quindi ad accordarsi con la visione dominante. Al tempo stesso non ha mai smesso di interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile, in alcune congiunture storiche, la trasformazione dei principi di visione e di divisione del mondo. Lungi dal proporre una visione rassegnata, la sua opera muove dalla convinzione che la conoscenza dei determinismi sociali sia il solo strumento di cui l'uomo dispone per tentare di &#171;defatalizzare&#187; il mondo. Bourdieu ha cos&#236; progressivamente elaborato un modello multifattoriale di spiegazione del cambiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio di una &#171;rivoluzione simbolica&#187; riuscita era un modo per mettere alla prova questo modello. Si trattava non solo di individuare i fattori strutturali di una conversione mentale collettiva, ma di spiegare i meccanismi e gli esiti del cambiamento, grazie alla sua teoria dell'azione, da lui designata sinteticamente con le nozioni complementari di habitus e di campo. Avendo l'ambizione di provare la validit&#224; generale delle sue ipotesi, Bourdieu considerava come una sfida particolarmente significativa e un punto d'onore riuscire a rendere conto del funzionamento dell'arte e della letteratura, oggetti verso i quali sussiste ancora oggi un atteggiamento religioso, che pretende di sottrarli alla conoscenza razionale, come se non facessero parte del mondo sociale. Perci&#242; era importante per lui non limitarsi ad analizzare aspetti &#171;esterni&#187; come il mercato e il pubblico, ma mostrare che la nozione di campo permetteva di spiegare sociologicamente anche gli aspetti pi&#249; specifici di questi universi particolari: l'eroico disinteresse dimostrato da scrittori e artisti incompresi dalla maggior parte dei contemporanei come Baudelaire, Flaubert, Mallarm&#233;, Rimbaud, Courbet, Manet, Cezanne, Van Gogh; gli aspetti tecnici e formali delle opere; la genesi dei canoni estetici e delle gerarchie di valore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La quantit&#224; di piste che apre questo libro postumo attesta la fecondit&#224; del modello teorico e insieme la dismisura del lavoro che esso richiede. Mentre in altre ricerche Bourdieu ha potuto contare su un'&#233;quipe di collaboratori, qui ha proceduto da solo, e considerando il programma delineato nel manoscritto si capisce come in una lezione arrivi a confessare il suo sgomento di fronte all'impresa in cui si &#232; imbarcato. L'indice d&#224; l'idea della &#171;missione impossibile&#187; che si &#232; imposto, nell'esigenza di analizzare sistematicamente il funzionamento dei diversi campi e settori che hanno un ruolo nella rivoluzione della pittura: il sistema accademico; il campo artistico;il campo della critica; i mercanti e i collezionisti; le innovazioni estetiche e pittoriche. Secondo la sua teoria, per spiegare le pratiche (rappresentazioni, discorsi, opere) occorreva fare un lavoro senza precedenti: ricostruire, per ognuno di questi mondi (compresa la produzione critica della posterit&#224;), la struttura delle posizioni nonch&#233; le traiettorie e le propriet&#224; degli agenti. Inoltre, mentre nelle &lt;i&gt;Regole dell'arte&lt;/i&gt; Bourdieu si era concentrato sul caso francese, qui si pone in una prospettiva comparativa, per spiegare l'eccezione che rappresenta la Francia, per la forza del sistema accademico e per la radicalit&#224; della rivoluzione compiuta dagli innovatori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;L'insidia del determinismo&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nessuno dei capitoli pu&#242; dirsi finito. Alcuni sono note per un'immensa ricerca da fare. A volte Bourdieu avanza ipotesi che possono apparire discutibili o troppo perentorie. Ma si trova qui un esempio concreto e prezioso della complessa costruzione di oggetto che esige l'applicazione della &#171;teoria dei campi&#187;. Le domande che Bourdieu si pone e le ipotesi che elabora sono trasponibili. Il libro mostra quanto siano fruttuose queste trasposizioni, per esempio facendo emergere ci&#242; che accomuna il funzionamento del sistema accademico ai tempi di Manet e quello delle &lt;i&gt;Grandes &#233;coles&lt;/i&gt; francesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'aspetto forse pi&#249; affascinante e istruttivo &#232; lo sforzo costante di riflessivit&#224;. La meditazione sui problemi teorici e metodologici, sull'uso dei concetti, sul lavoro di ricerca occupa pi&#249; di met&#224; dei corsi e coinvolge profondamente, grazie alla passione e onest&#224; intellettuale con cui l'illustre sociologo spiega quello che cerca di fare e confessa le sue difficolt&#224;. A proposito di questioni fondamentali (come la distinzione tra &#171;corpo&#187; accademico e &#171;campo&#187; artistico, o il rapporto rottura/continuit&#224; nel cambiamento) si notano esitazioni e progressive correzioni che attestano la fedelt&#224; all'ethos scientifico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Colpisce in particolare lo sforzo di vigilanza epistemologica sui determinismi insidiosi cui ogni ricercatore &#232; esposto. Nel manoscritto, per esempio, raccomanda a se stesso: &#171;non fare il poeta, bel discorso suggestivo&#187;. E (riferendosi al confronto con altri studiosi): &#171;Sfuggire all'effetto campo: 1) non cercare l'originalit&#224; 2) non accontentarsi di contrapporsi. Superare conservando&#187;. Questo breve promemoria riassume un segreto essenziale del pensiero di Bourdieu, che si &#232; costruito, come ha detto e scritto spesso, con e contro Marx, Durkheim, Weber e innumerevoli altri autori, appropriandosi le acquisizioni e correggendo gli errori. Ha sempre giudicato antiscientifica e nefasta la logica dicotomica che riduce tutto a alternative semplici. Qui ribadisce con forza la persuasione che la conoscenza pu&#242; progredire solo praticando un &#171;eclettismo razionale&#187;. E quest'impresa, incompiuta, forse, anche perch&#233; interminabile, lo conferma attraverso le prospettive che apre e i problemi che pone a quanti vorranno proseguirla e superarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(recensione uscita su: &#034;il manifesto&#034;)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Tra Primo Levi e Pierre Bourdieu</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
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		<dc:subject>Paola Quadrelli</dc:subject>
		<dc:subject>Primo Levi</dc:subject>
		<dc:subject>Resistenza</dc:subject>
		<dc:subject>Shoah</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Con un titolo tratto dalla preghiera introduttiva di &lt;i&gt;Se questo &#232; un uomo&lt;/i&gt; appare in un'ottima traduzione lo studio appassionante che l'italianista inglese Robert S.C. Gordon ha dedicato alla memoria e alla rielaborazione dell'Olocausto nella cultura italiana. A partire dagli anni Ottanta, da quando, cio&#232;, l'Olocausto o meglio, la Shoah secondo la dizione invalsa nel nostro Paese, ha assunto una posizione centrale nella sfera pubblica, la ricerca sulla deportazione ebraica si &#232; intensificata e approfondita, articolandosi in studi dedicati ad aspetti specifici, a episodi singoli, oltre che alle risposte fornite in ambito artistico-letterario a quell'immane evento. Mancava, tuttavia, un'indagine globale che passasse in rassegna questi lavori e che, secondo le parole di Gordon, li inserisse &#8222;nel pi&#249; vasto ambito di risposte che li ha generati e plasmati&#8220;. L'esplicito punto di riferimento metodologico &#232; Pierre Bourdieu con la sua fortunata nozione di &#8222;campo culturale&#8220;.&lt;/p&gt;

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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Con un titolo tratto dalla preghiera introduttiva di &lt;i&gt;Se questo &#232; un uomo&lt;/i&gt; appare in un'ottima traduzione lo studio appassionante che l'italianista inglese Robert S.C. Gordon ha dedicato alla memoria e alla rielaborazione dell'Olocausto nella cultura italiana. A partire dagli anni Ottanta, da quando, cio&#232;, l'Olocausto o meglio, la Shoah secondo la dizione invalsa nel nostro Paese, ha assunto una posizione centrale nella sfera pubblica, la ricerca sulla deportazione ebraica si &#232; intensificata e approfondita, articolandosi in studi dedicati ad aspetti specifici, a episodi singoli, oltre che alle risposte fornite in ambito artistico-letterario a quell'immane evento. Mancava, tuttavia, un'indagine globale che passasse in rassegna questi lavori e che, secondo le parole di Gordon, li inserisse &#8222;nel pi&#249; vasto ambito di risposte che li ha generati e plasmati&#8220;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'esplicito punto di riferimento metodologico &#232; Pierre Bourdieu con la sua fortunata nozione di &#8222;campo culturale&#8220;. Gordon non si propone pertanto di analizzare i singoli lavori prodotti in Italia sull'Olocausto, ma intende piuttosto esplorare come questi lavori - siano essi testimonianze, romanzi, sculture, dibattiti - abbiano guidato e determinato la conoscenza e la comprensione di quegli eventi storici presso il pubblico italiano e mira, altres&#236;, a individuare quali siano stati i principali agenti nel processo di trasmissione e rielaborazione dell'Olocausto (associazioni di reduci, storici, scrittori-testimoni, case editrici ecc.) oltre che a esaminare le dinamiche attraverso cui si sono imposte le linee dominanti nel processo di interpretazione del genocidio ebraico, il loro rapporto di interdipendenza con le diverse letture storiografiche del fascismo e della Resistenza e il dialogo con il contesto internazionale di discussione sul tema.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da queste indagini, che si inseriscono nel filone di studi sulla memoria culturale in auge negli ultimi quindici anni, &#232; nato un libro densissimo, dal forte taglio interdisciplinare, che si distingue per acume e chiarezza argomentativa e per la la variet&#224; dei materiali esaminati. L'autore spazia infatti, solo per citare qualche nome, da Quasimodo a Guccini, da Pasolini ai film di Lizzani e Ozpetek, dal monumento milanese per i &#8222;Caduti nei campi di sterminio nazisti&#8220; al costituendo Museo della Shoah a Villa Torlonia per concludere con il dibattito riguardante l'istituzione nel 2001 del Giorno della Memoria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio, pur incorniciato da due capitoli che inquadrano il tema sotto un'angolazione cronologica, focalizzandosi, rispettivamente, sull'emergere, nell'immediato dopoguerra, del genocidio ebraico come evento a se stante all'interno del pi&#249; vasto magma di atrocit&#224; che avevano connotato la guerra, e sul fermento culturale attorno all'Olocausto negli anni Novanta, non segue un andamento cronologico, ma affronta alcuni momenti decisivi nel modellarsi della consapevolezza dell'Olocausto in Italia; ecco dunque, tra l'altro, un capitolo su Primo Levi in quanto principale interprete dell'Olocausto in Italia, un capitolo su Roma nel 1943-44, intesa come punto di incontro di quattro questioni centrali per la moderna storia del nostro Paese, ovvero l'Italia come nazione, il fascismo e i suoi simboli, la Resistenza e la Chiesa e un capitolo assai originale, intitolato &#8222;Zone grigie e bravi italiani&#8220;, in cui Gordon affronta due stereotipi fortemente connessi alle vicende legate all'Olocausto: la formula &#8222;zona grigia&#8220;, adottata per indicare quella larga massa di italiani &#8222;attendisti&#8220;, non schierati negli anni 1943-45 n&#233; con la Repubblica di Sal&#242; n&#233; con la Resistenza, e il mito dell'italiano &#8222;buono&#8220;, disonesto e moralmente ambiguo, scettico nei confronti delle autorit&#224; ed estraneo al razzismo, d'animo gentile e solidale con i concittadini ebrei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gordon mostra la genesi e l'evolversi di queste mitologie, dalla divaricazione tra regime e popolo, sottesa alla distinzione tra &#8222;fascismo movimento&#8220; e &#8222;fascismo regime&#8220; operata da Renzo De Felice, all'emergere dell'immagine di una certa italianit&#224; in film legati all'Olocausto quali &lt;i&gt;Il generale Della Rovere&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Tutti a casa &lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Pasqualino settebellezze&lt;/i&gt;, dal concetto sfumato e complesso di &#8222;zona grigia&#8220; formulato da Primo Levi alla sua semplificazione e strumentalizzazione nel dibattito pubblico, sino al congiungersi dei due stereotipi gemelli nella figura di Giorgio Perlasca, riscoperta negli anni Novanta. Perlasca era, come sintetizza efficacemente Gordon, &#8222;sia bravo che grigio&#8220;: fascista ma non antisemita, eroico ma non carismatico e &#8222;tipicamente italiano&#8220; per gli espedienti cui fece ricorso per salvare gli ebrei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il ricchissimo libro di Gordon contiene molto pi&#249; di quanto sia stato possibile accennare in questa sede e si configura dunque come una lettura imprescindibile per ogni lettore interessato alla Shoah e alla storia italiana del Novecento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: &#8220;PulpLibri&#8221;, marzo-aprile 2013&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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<item xml:lang="it">
		<title>Gli scrittori italiani tra campo letterario e campo cinematografico</title>
		<link>https://ragionipratiche.it/Gli-scrittori-italiani-tra-campo-letterario-e-campo-cinematografico</link>
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		<dc:date>2012-05-01T14:27:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Letteratura</dc:subject>
		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Fabio Andreazza</dc:subject>
		<dc:subject>Cinema</dc:subject>
		<dc:subject>Michele Sisto</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Sono opere d'arte, i videogames? Oggi pochi risponderebbero di s&#236;; i pi&#249; troverebbero inopportuno perfino chiederselo, e nel migliore dei casi avanzerebbero riserve e distinguo. &#200; probabile che un giorno leggeremo storie di questa ennesima arte nelle quali Pacman avr&#224; il posto che nei volumi di Gian Piero Brunetta ha &lt;i&gt;La sortie des ouvriers de l'usine Lumi&#232;re&lt;/i&gt;, ma oggi il suo status &#232; ancora incerto. Lo stesso accadeva al cinematografo all'inizio del XX secolo: a lungo, dopo il battesimo parigino del 1895, &#232; considerato un mezzo di intrattenimento, volgare e asservito all'industria, e il suo posto &#232; nelle fiere, accanto al benjaminiano &lt;i&gt;Kaiserpanorama, &lt;/i&gt; al baraccone del tiro al bersaglio e al casotto dell'indovina. Perch&#233; il cinema venga &#8220;identificato&#8221; come arte saranno necessari &#8211; parallelamente alla febbrile attivit&#224; interna al campo cinematografico in via di costituzione ad opera di registi, cineasti, produttori, riviste specializzate, associazioni di cinefili, festival e premi &#8211; almeno tre decenni di trasfusioni di capitale simbolico dall'esterno, da campi dotati di pi&#249; consolidata autonomia e legittimit&#224;, come quello teatrale, musicale o delle arti figurative, nonch&#233; dallo Stato e dalle sue istituzioni.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://ragionipratiche.it/Michele-Sisto-31" rel="tag"&gt;Michele Sisto&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Sono opere d'arte, i videogames? Oggi pochi risponderebbero di s&#236;; i pi&#249; troverebbero inopportuno perfino chiederselo, e nel migliore dei casi avanzerebbero riserve e distinguo. &#200; probabile che un giorno leggeremo storie di questa ennesima arte nelle quali Pacman avr&#224; il posto che nei volumi di Gian Piero Brunetta ha &lt;i&gt;La sortie des ouvriers de l'usine Lumi&#232;re&lt;/i&gt;, ma oggi il suo status &#232; ancora incerto. Lo stesso accadeva al cinematografo all'inizio del XX secolo: a lungo, dopo il battesimo parigino del 1895, &#232; considerato un mezzo di intrattenimento, volgare e asservito all'industria, e il suo posto &#232; nelle fiere, accanto al benjaminiano &lt;i&gt;Kaiserpanorama, &lt;/i&gt; al baraccone del tiro al bersaglio e al casotto dell'indovina. Perch&#233; il cinema venga &#8220;identificato&#8221; come arte saranno necessari &#8211; parallelamente alla febbrile attivit&#224; interna al campo cinematografico in via di costituzione ad opera di registi, cineasti, produttori, riviste specializzate, associazioni di cinefili, festival e premi &#8211; almeno tre decenni di trasfusioni di capitale simbolico dall'esterno, da campi dotati di pi&#249; consolidata autonomia e legittimit&#224;, come quello teatrale, musicale o delle arti figurative, nonch&#233; dallo Stato e dalle sue istituzioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il volume di Fabio Andreazza ricostruisce il ruolo che in questo processo hanno avuto gli scrittori, un gruppo sociale che all'inizio del Novecento detiene una sorta di monopolio sul discorso estetico. Di qui la particolare rilevanza delle loro prese di posizione, che fin dall'inizio si collocano tra i due estremi del favore disinvoltamente manifestato dal &#171;taumaturgo&#187; D'Annunzio e dell'aperta ostilit&#224; di Croce, il quale si degner&#224; di dir bene del cinema soltanto nel 1948, a giochi ormai fatti. Fino a tutti gli anni Dieci, del resto, la sua diffidenza &#232; largamente maggioritaria: gli entusiasti del cinema sono pochi giovani esponenti di avanguardie letterarie interessate a rompere col passato &#8211; lo scalpitante Papini, i cerebristi Gina e Corra, Anton Giulio Bragaglia e soprattutto Marinetti e i futuristi &#8211;, mentre personaggi influenti e tra loro diversissimi come Verga, Pirandello, Prezzolini, Gobetti e Gramsci sono unanimemente guardinghi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le cose cambiano intorno al 1926, con l'affermarsi di una nuova generazione di letterati (che solo in parte coincide con una nuova generazione anagrafica) disponibile per formazione e per interessi specifici a investire nelle potenzialit&#224; artistiche del nuovo mezzo: i pi&#249; noti sono senz'altro Massimo Bontempelli (che ne scrive su &#171;900&#187;), Giacomo Debenedetti (su &#171;Solaria&#187;), Luigi Pirandello, del quale &#232; ricostruita la &#171;lenta conversione&#187; dalla contrariet&#224; espressa in &lt;i&gt;Si gira&#8230;&lt;/i&gt; all'entusiasmo per una possibile collaborazione con Murnau a un film tratto da &lt;i&gt;Sei personaggi in cerca d'autore&lt;/i&gt;, o Emilio Cecchi, la cui nomina a direttore artistico della Cines nel 1932 segna il punto d'arrivo dell'indagine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In rapidi, densi paragrafi, in cui si fa un uso accorto e privo di gergalismi dello strumentario sociologico di Pierre Bourdieu, il volume ripercorre le successive tappe di questo mutamento di paradigma senza mai ridurre a formule schematiche quello &#232; che un complesso, e tutt'altro che teleologico, concorso di attori e di fattori. Vi trovano dunque spazio numerose figure di letterati che, proprio per aver investito sulle incerte potenzialit&#224; della nuova arte, non hanno seguito la carriera tipicamente letteraria (quella che garantisce un posto nei manuali di storia della letteratura), svolgendo tuttavia un fondamentale ruolo di mediazione. Ad esempio il fondatore della rivista &#171;Il Convegno&#187;, Enzo Ferrieri, che tra le molte novit&#224; importate dalla Francia e dalle altre capitali della cultura europea introduce in Italia il primo cineclub; o Guglielmo Alberti, il primo a riconoscere in Charles Chaplin un &#8220;autore&#8221; di statura pari a un letterato; o Antonello Gerbi, tra i pi&#249; abili a mobilitare l'allora dominante estetica crociana al fine di &#171;giustificare il cinema come arte&#187;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia della legittimazione del cinema come arte si intreccia cos&#236; con quella dell'autonomizzazione del campo letterario, di cui il volume costituisce, seppure da una prospettiva laterale, una delle prime messe a fuoco. Con pochissime eccezioni infatti &#8211; tra cui il saggio di Anna Boschetti &lt;i&gt;La genesi delle poetiche e dei canoni. Esempi italiani (1945-1970)&lt;/i&gt; apparso in &#171;Allegoria&#187;, n. 55, 2007, a cui l'autore opportunamente rinvia &#8211; questo tipo di indagine da noi &#232; appena agli inizi, mentre in Francia e in Germania produce da almeno un decennio risultati tali da rendere pensabile una riscrittura della storia letteraria, finalmente svincolata dalle narrazioni nazionali e che ponga in primo piano le relazioni: tra scrittori, tra le arti, tra diversi paesi. Di quest'impresa, realizzabile solo a patto che una nuova generazione di studiosi vi investa risolutamente, &lt;i&gt;Identificazione di un'arte&lt;/i&gt; potrebbe essere ricordato come uno dei primi passi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: &#034;L'Indice dei libri del mese&#034;, 27 (2010), n. 5.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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