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C’è comparazione e comparazione

su Anne-Rachel Hermetet, Pour sortir du chaos. Trois revues européennes des annés 20

martedì 25 marzo 2014,  

[ pubblicato da Michele Sisto ]

Anne-Rachel Hermetet propone in questo libro (Pour sortir du chaos. Trois revues européennes des annés 20, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. «Interférences», 2009, 258 p.) l’analisi comparata di tre riviste europee attive nel periodo che segue la prima guerra mondiale: La Nouvelle Revue française, La Ronda, The Criterion. Ciò che, secondo l’a., accomuna i principali redattori delle tre riviste e giustifica la comparazione, è la loro percezione che la guerra non abbia voluto dire solo morte, distruzione, ridefinizione dei confini, sconvolgimenti politici, come quello innescato dalla rivoluzione russa, ma abbia anche messo in luce una crisi di civiltà, una situazione di “caos”. Se per le avanguardie creazione e caos non sono antagonisti, per gli scrittori che animano queste riviste uno dei compiti della letteratura è uscire dal caos, rifondare l’ordine culturale.

La prima e la seconda parte del volume presentano la storia delle tre riviste, i collaboratori, gli orientamenti, l’atteggiamento rispetto a apporti stranieri, facendo emergere differenze notevoli: La NRf, nata prima della guerra e destinata a essere una delle riviste più longeve della storia letteraria, ha già una reputazione solida, anche all’estero, e in una certa misura è sicuramente un riferimento per le altre due. La Ronda nasce nell’aprile 1919 e si interrompe nel novembre 1922, uscendo definitivamente di scena con un ultimo numero nel dicembre 1923. The Criterion nasce più tardi, nell’ottobre 1922, e, a differenza delle altre due, è sostanzialmente l’espressione di una sola persona, Eliot. Le tre riviste condividono il culto della forma, anche se La NRf punta sul romanzo, La Ronda sulla “prosa d’arte”, Eliot sulla poesia. Tutte, sul piano dei principi, rivendicano l’autonomia della cultura rispetto alla politica, ma le prime due sono di fatto coinvolte nella forte politicizzazione che caratterizza la cultura francese e italiana all’indomani della guerra, mentre Eliot, americano in un paese non direttamente implicato nel conflitto, come l’Inghilterra, può più facilmente mantenere le distanze nei confronti della politica.

Quanto ai riferimenti stranieri, La NRf dedica loro poco spazio e prende in considerazione solo le culture europee con cui la Francia tradizionalmente si è confrontata: traduce soprattutto testi inglesi e russi (il romanzo russo non ha smesso di interessare dopo essere stato lanciato a fine Ottocento) e nei commenti privilegia autori tedeschi, anche perché molti collaboratori hanno familiarità con la cultura tedesca. Se sente l’esigenza di contribuire alla ricostruzione di una civiltà europea, tende a pensarla come un rapporto tra i rappresentanti delle élites intellettuali di ogni paese, sul modello delle “Décades de Pontigny”. The Criterion è più cosmopolita, come mostra la scelta di non riservare una sezione apposita ai testi stranieri ma di mescolarli con quelli inglesi. Inoltre la rubrica dedicata alle riviste recensisce molto spesso numeri di riviste straniere. Più che all’idea di un’“Europa dello spirito”, i collaboratori della Ronda sembrano, invece, interessati ai problemi che deve affrontare la cultura italiana per uscire dal provincialismo, affermarsi all’estero e dotarsi di una lingua letteraria adeguata. Tuttavia lo sforzo di sfuggire alla marginalità rende la rivista più aperta al confronto con modelli stranieri di quanto non appaia La NRf. La Ronda manifesta, in particolare, un interesse per la cultura francese che caratterizza tutta la tradizione letteraria italiana, e presta molta attenzione alla NRf, pur con una forte ambivalenza, riconducibile, almeno in parte, all’umore antifrancese suscitato in Italia dal trattato di Versailles.

La terza e la quarta parte del volume sono rivolte a mostrare come la diversità delle tre riviste si manifesti sia nella maniera di intendere la tradizione sia nell’atteggiamento verso gli autori contemporanei. Il “classicismo” cui tutte si richiamano si traduce in genealogie diverse, nazionali per La NRf e per La Ronda (rispettivamente il XVII° secolo francese e Leopardi), europee per Eliot: l’antichità greco-latina e Dante. La ricostruzione del rapporto delle riviste con il XIX° secolo e con il presente si presentava certo molto più difficile, data la grande varietà dei riferimenti e degli orientamenti. Hermetet ha tentato di risolvere il problema adottando come indicatori le posizioni che le riviste assumono su alcuni temi e autori: il Romanticismo, Dostoïevski, Bergson, Benda, Proust, il Futurismo e il Surrealismo.

Si tratta in realtà di una prospettiva nettamente sbilanciata, che accentua lo squilibrio implicito nella stessa costruzione dell’oggetto (mentre La NRf è presente in tutto il periodo esaminato, La Ronda è attiva solo nel primo triennio , e The Criterion nel secondo), focalizzando di fatto l’analisi in prevalenza sulla rivista francese. È vero, come fa notare Hermetet, che la cultura francese era allora dominante. Ma il contesto intellettuale nazionale esercita un peso determinante sulla problematica affrontata dalle riviste. Le questioni percepite come importanti e urgenti in Francia sono nella maggior parte dei casi lontane dall’apparire tali in Italia o in Inghilterra. Per fare solo un esempio, se certamente gli intellettuali italiani non ignorano Bergson, il riferimento filosofico di gran lunga più importante per loro, negli anni Venti, è il pensiero di Croce, e non lo si può quindi trascurare se si vogliono capire le posizioni della Ronda. Il Romanticismo è per loro solo un fenomeno del passato, legato al Risorgimento, mentre in Francia appare un terreno di confronto ineludibile, a causa dell’enorme ascendente che l’Action française esercita allora sugli scrittori (inclusa l’équipe della NRf), imponendo all’attenzione le tesi di Maurras e di Lasserre sul Romanticismo, pernicioso prodotto germanico estraneo al genio francese. Dostoïevski è un modello importante per Gide, ma non è, contrariamente a quanto afferma Hermetet, un “buon rivelatore della letteratura italiana degli anni 1920” (p.155), se è vero, come riconosce l’a., che è screditato agli occhi dei collaboratori della Ronda, in quanto lo associano a D’Annunzio e a La Voce, due posizioni da cui prendono le distanze. Viceversa, il futurismo non è mai stato preso sul serio dalla NRf, mentre per La Ronda è un fondamentale repoussoir, incarna tutto ciò che la rivista respinge nelle avanguardie. Se Proust, Tzara, Breton, Aragon sono al centro dell’interesse nella NRf, i temi rilevanti per La Ronda sono altri, e lo stesso si può dire per la rivista di Eliot.

Poiché Hermetet, tuttavia, non prende in considerazione questi temi, la sua analisi risulta deformante: l’apporto della NRf è ricostruito e commentato, quello delle altre due riviste sembra ridursi ai rari interventi che riguardano il dibattito in corso in Francia. Quindi, anziché “le differenti gerarchie”, emergono “silenzi o assenze” rispetto alla rivista di Gide (p. 11) e gli ovvi “décalages” con cui sono importati autori e problematiche francesi. Al lettore rimane solo un’impressione di lacune o di ritardi, poiché non sono ricostruiti i modelli proposti dalle due riviste, gli interlocutori rispettivi, il dibattito interno alla Ronda, né è spiegata la rilevanza che ognuna ha avuto nel suo paese. È vero che Hermetet, per giustificare la comparazione, afferma l’affinità dei programmi “estetici” e della “posizione che ogni rivista occupa o si propone di occupare nel campo letterario nazionale” (p. 15). Ma, poichè non ricostruisce questa posizione (cioè il contesto nazionale in cui le scelte delle riviste si iscrivono e i fattori che le rendono autorevoli, a cominciare dalle proprietà e dalla reputazione dei redattori), non fornisce elementi indispensabili per capirne la linea e l’evoluzione. Convergenze come il “classicismo” e la paura del “caos” si potrebbero spiegare e prenderebbero tutto il loro senso se, invece di essere trattate come posizioni specifiche di questi gruppi, fossero ricondotte a tendenze collettive emerse già durante la guerra.

Sarebbe stato necessario, per esempio, collegare questi atteggiamenti al fenomeno ampiamente studiato del “retour à l’ordre”, che spesso ritraduce, in forma eufemizzata, preoccupazioni nazionalistiche e fantasmi associati ai grandi conflitti sociali e politici esplosi durante la guerra, in particolare la rivoluzione russa. Così le dichiarazioni di principio dei redattori sull’esigenza di separare la cultura dalla politica non bastano a provare un’autentica distanza dalla politica (nessuno dei principali redattori della NRf e della Ronda si astiene da prese di posizione nazionaliste, a volte chiaramente xenofobe) ma esprimono la consapevolezza che la partecipazione diretta agli scontri ideologici in atto rischia di compromettere ogni possibilità di preservare una certa autonomia della cultura.

L’insufficiente riflessione sulla costruzione dell’oggetto e sui concetti utilizzati è il limite fondamentale di cui risente questo volume. Il suo approccio prevalentemente descrittivo ha tutti gli inconvenienti della ricerca positivistica: se uno studio di caso non analizza il dato, non lo interpreta, non lo confronta con le ipotesi e i risultati che emergono da altri studi di caso, non arriva a distinguere ciò che è particolare, specifico del caso, legato alle proprietà di un contesto storico, e ciò che, alla luce di altre analisi, si può considerare come un meccanismo, una tendenza generale. Questo lavoro sembra ignorare le acquisizioni dei molti studi e interventi che, con la mondializzazione della ricerca, hanno messo radicalmente in discussione i presupposti e gli orizzonti della storia letteraria, sia nella comparatistica sia nello studio delle letterature nazionali. Così, mentre i Translation studies, i Transfer Studies, le World-System Theories, la sociologia della traduzione hanno messo in luce la complessità dei fattori che occorre prendere in considerazione per spiegare i flussi delle traduzioni e le relazioni che si instaurano tra le diverse culture (la gerarchia di importanza, invisibile e variabile, tra le lingue, le letterature, le nazioni, i mercati, ma anche le relazioni diplomatiche, i conflitti e le alleanze, la presenza delle lingue straniere nell’insegnamento e la loro diffusione, le poste in gioco nello spazio nazionale, eccetera), Hermetet si limita a dire, come se si trattasse di un principio di spiegazione ovvio e sufficiente: «On sait […] que plus une langue est rare dans un pays donné, moins les œuvres littéraires sont traduites et plus le nombre des commentateurs est restreint» (p. 31). Allo stesso modo è ricondotta a una falsa evidenza la relazione tra fenomeni e rappresentazioni che sono altrettante mitografie cristallizzate, da decostruire, come il “simbolismo” e la «crisi del romanzo» : «On sait, en effet, que la sortie du symbolisme passe par une rédéfinition du genre romanesque, dans le contexte général de “crise du roman”» (p. 28).

L’insufficiente riflessività emerge anche nelle tendenza dell’analista a adottare il linguaggio delle sue fonti, usando senza distanza concetti fortemente marcati e carichi di presupposti ideologici, come “intelligence” - lanciato da Maurras (L’Avenir de l’intelligence) e ripreso da Massis (le Parti de l’Intelligence) - inestricabilmente associato all’autorappresentazione degli intellettuali nazionalisti.

Appare altrettanto superficiale il modo in cui è affrontata una questione rilevante come il nazionalismo culturale della NRf. Certo il compito dell’analista, di fronte al razzismo che emerge da molti testi di Gide e di Rivière, non è condannare, ma neppure sorvolare o assolvere, come fa Hermetet, secondo la quale non si tratta di chauvinisme (229), ma di “psicologia dei popoli” (p. 228) mossa da un’intenzione “contrastiva” (p. 27). Non ci si può limitare a spiegare l’idea di una missione storica della Francia, fondata sulla superiorità culturale, collegandola alla “prospettiva universalista ereditata dalla Rivoluzione del 1789” (p. 75), senza prendere esplicitamente le distanze dall’imperialismo culturale che quest’universalismo ha finito di fatto per legittimare. Sarebbe stato necessario almeno evocare le condizioni storiche di un accecamento nazionalistico che può sorprendere, se non lo si inquadra storicamente. Esistono molti studi sul nazionalismo letterario in Francia, che permettono di capirne la genesi e lo sviluppo, prendendo in considerazione non solo il conflitto con la Germania ma tutto il processo di nazionalizzazione della letteratura francese che si avvia con il Romanticismo e, inseparabilmente, il ruolo sociale eminente che il nazionalismo assicura agli scrittori, in una fase della storia intellettuale in cui il prestigio e lo status della categoria è minacciato dall’ascesa di altre frazioni intellettuali, in particolare gli universitari, che in qualità di esperti e di consiglieri possono esercitare un’influenza considerevole sullo stato.

L’impresa tentata da Hermetet non era certo facile. Una maggiore vigilanza sulla costruzione del corpus, sugli strumenti concettuali e sul metodo le avrebbe permesso di andare al di là della descrizione sommaria e impressionistica, di situare queste esperienze, di darne un’idea più adeguata e di avanzare ipotesi capaci di spiegare la varietà degli orientamenti, la loro evoluzione, le esitazioni e le contraddizioni apparenti. Purtroppo il suo lavoro non dice nulla di nuovo sulle riviste prese in considerazione, sul loro ruolo nello spazio nazionale e sui rapporti tra loro. Al contrario ne dà un’immagine molto schematica e parziale, rispetto a quella che emerge dalle numerose analisi in circolazione. E non si può neppure considerare un contributo al dibattito in corso tra i comparatisti che hanno contribuito con le loro ricerche e con la loro riflessione a trasformare e ad arricchire le prospettive della storia letteraria.

(da: Rivista di letterature moderne e comparate, vol. LXIV, fasc. 4 (ott.-dic. 2011), pp. 456-460)

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